C’è una frase che sento tornare con una regolarità sconcertante nei miei studi clinici. Non è drammatica, non contiene rivelazioni clamorose, eppure porta con sé una densità emotiva che tradisce ferite antiche. La dico già qui: la frase è semplice, apparentemente innocua, e proprio per questo pericolosa nella sua capacità di camuffare il dolore.
La frase: una porta scorrevole che si chiude
La frase è: “Non è successo niente di così grave”. A prima vista sembra una minimizzazione. Ma quando la pronuncia una persona adulta parlando del proprio passato infantile, quella frase spesso non è razionalità, non è solo difesa sociale: è un meccanismo che tiene insieme memoria, vergogna, sopravvivenza. Reprimere un trauma non è perdere completamente la memoria; è spesso costruire una storia che rende la vita sopportabile. E quella frase è la cucitura più comune di quella storia.
Perché questa espressione ritorna così spesso
Perché è poco rischiosa dal punto di vista sociale. Permette alla persona di parlare di qualcosa senza attirare attenzioni o condanne. Ma, più importante, la frase svolge una funzione interna: riduce la tensione emotiva con un colpo di spugna linguistico. Più che una menzogna, è un’allocazione di risorse psichiche. Non sorprende che la senta spesso: è efficiente per il cervello che deve mantenere la sua quotidianità senza collassare sotto il peso dell’evento.
“La maggior parte degli adulti che riferisce di aver temporaneamente dimenticato eventi traumatici in infanzia mostra segni di soppressione, più che di amnesia totale. Questo suggerisce che il ‘non è successo niente’ è spesso una strategia cognitiva per gestire il ricordo senza riaprirne il dolore”. Gail S. Goodman, Professoressa di Psicologia Clinica, University of California.
Non tutte le minimizzazioni sono uguali
Quando qualcuno dice “non è successo niente di così grave” potremmo reagire con fastidio o con istintiva protezione. Ma bisogna distinguere. A volte quella frase è una linea di galleggiamento: protegge il lavoro, la famiglia, le relazioni immediate. Altre volte è la copertura di un sistema di evitamento che costruisce sintomi diversi: ansia generalizzata, difficoltà relazionali, comportamenti auto-punitivi. In pratica, non è la frase a essere il problema; è ciò che tiene insieme.
La vita quotidiana che nasconde la ferita
Ho visto persone costruire carriere brillanti, famiglie, piccole felicità quotidiane e, allo stesso tempo, usare questa frase come un sigillo che impedisce di rompere il vetro sopra il dolore. Non è eroismo. È sopravvivenza delegata all’evitamento. E non sempre il prezzo è immediato: a volte arriva più tardi, in modo subdolo.
Segni meno evidenti di repressione
Esistono segnali che accompagnano la frase. Uno stato di vaghezza emotiva quando si tocca l’argomento, bruschi cambi di umore che sembrano fuori contesto, resistenze nel raccontare dettagli, o un’insistenza sul fatto che il passato non influisce sul presente. Questi segnali non sono affatto banali. Indicano che c’è una storia non detta che reclama spazio.
Quando la memoria è frammentata
La memoria delle esperienze infantili non è una pellicola continua. È fatta di flash, sensazioni, odori che ritornano a ondate. La repressione non elimina tutto; frammenta. La persona può ricordare certi dettagli con estrema vividezza e non ricordare altri pezzi importanti. È un mosaico che il cervello tiene separato per evitare che la costruzione collassi.
Perché è pericoloso liquidare la frase con compassione sterile
Dire “capisco” o “va passato” non è sufficiente. Chi usa quella frase ha spesso bisogno di ascolto che non sia solo empatico ma anche curioso e paziente. Non è un corso accelerato su come smontare una difesa; è uno spazio dove il racconto può lentamente riacquistare coerenza. E questo richiede rischio da entrambe le parti: dal terapeuta e dalla persona che racconta.
La mia posizione: meno neutralità, più responsabilità
Troppo spesso la cultura terapeutica tende alla neutralità che diventa freddezza. Io credo che in presenza di una difesa così radicata sia necessario assumersi una piccola dose di rischio morale: intervenire con domande che siano rispettose ma non compiacenti, non cedere alla tentazione di preservare il comfort al costo della verità. Questo non vuol dire forzare ricordi; significa creare condizioni per una narrazione autentica.
Un esempio clinico che svela la potenza della frase
Una paziente, donna di mezza età, venne da me per insonnia e un senso persistente di colpa. All’inizio negava problemi infantili: “Non è successo niente di così grave” ripeteva. Dopo mesi di lavoro emerse che, da bambina, aveva subito ripetute umiliazioni in casa. Nessun evento isolato, ma una trama continua di svalutazione. La frase era servita a farle portare avanti la vita. Liberarsi di quella locuzione non fu immediato, ma quando cominciò a mettere parole specifiche sul dolore, l’insonnia diminuì e si aprirono nuove possibilità relazionali.
Non è una ricetta, è un invito
Non propongo qui una procedura standard. Ogni storia ha le sue curve, le sue omissioni volontarie e involontarie. Ma posso dire con sicurezza: quella frase è un segnale che merita attenzione, non consolazione. È una spia. Trattarla come un mero luogo comune è un errore etico.
Conclusione aperta
Pensare che la mappa delle proprie memorie sia definitiva è un’illusione. Le storie che ci siamo raccontati cambiano, a seconda dei contesti e delle persone che ci ascoltano. La frase “non è successo niente di così grave” non dice tutto, ma ci indica dove scavare. Non prometto risposte facili; prometto invece che, se la frase viene ascoltata con cura, può trasformarsi da chiusura in apertura.
| Idea chiave | Perché conta |
|---|---|
| La frase tipica | Funzione protettiva ma potenzialmente invalidante |
| Quello che nasconde | Frammentazione della memoria, vergogna, evitamento |
| Come riconoscerla | Vaghezza emotiva, resistenze, cambi d’umore |
| Approccio terapeutico | Curiosità non neutrale, pazienza, responsabilità etica |
FAQ
Come posso capire se dietro una minimizzazione c’è repressione?
La presenza della frase da sola non prova nulla. Ciò che suggerisce è la necessità di osservare il contesto emotivo e comportamentale. Se la minimizzazione viene accompagnata da segnali come evitamento, vergogna persistente, difficoltà nelle relazioni affettive o sintomi fisici ingiustificati, è plausibile che la persona stia utilizzando la frase come una strategia di gestione. Un racconto che salta dettagli importanti o che ricorre spesso a gap temporali è un altro indizio. Non si tratta di «provare» la repressione: è piuttosto un invito a prestare attenzione con delicatezza e rigore clinico.
La repressione è la stessa cosa della dimenticanza?
No. La dimenticanza può essere casuale, legata al tempo o alla difficoltà di consolidare un ricordo. La repressione è una strategia psicologica che riduce l’accessibilità di ricordi dolorosi perché la loro presenza minaccerebbe l’equilibrio mentale. La differenza non è sempre netta: spesso abbiamo memorie frammentate e processi di soppressione intermittenti. È importante mantenere un approccio sfumato e non semplificare i fenomeni complessi in categorie rigide.
È sempre necessario cercare di «far emergere» i ricordi repressi?
Non necessariamente. Lavorare su un ricordo richiede un contesto di sicurezza emotiva e competenze professionali. A volte il lavoro più utile è sulla regolazione emotiva, sull’interruzione dei comportamenti autodistruttivi o sulla costruzione di relazioni di fiducia che permettano una narrazione differente. Spingere per ricordi a tutti i costi può essere dannoso. La cosa essenziale è rispettare i tempi della persona e agire con responsabilità.
Come parlare con una persona che usa spesso questa frase?
Meglio evitare giudizi, ma non significa indifferenza. Domande aperte che invitano al racconto senza forzare, commenti che riconoscano la difficoltà e la validità del vissuto emotivo, e la disponibilità a restare se la persona decide di approfondire sono strade praticabili. È utile anche segnalare la possibilità di un aiuto professionale senza trasformare la proposta in un ultimatum.
Ci sono indicatori che la repressione sta avendo effetti a lungo termine?
Sì. Sintomi ripetuti come insonnia, ansia cronica, comportamenti compulsivi, difficoltà nelle relazioni o una tendenza a rivivere dinamiche distruttive possono essere segnali che la strategia di soppressione sta cedendo sotto il peso del tempo. Anche una sensazione persistente di vuoto o di inautenticità può essere indicativa. Non significa che la persona debba cambiare immediatamente tutto, ma che un lavoro riflessivo e sostenuto potrebbe essere utile.
Se desideri approfondire con letture selezionate o esempi clinici commentati, posso indicare risorse recenti e affidabili.