Persone tra i 60 e i 70 anni con abitudini vecchio stile dichiarano più felicità rispetto ai giovani ossessionati dalla tecnologia

Potreste trovare questo un po’ sorprendente o strano: le persone tra i 60 e i 70 anni sono spesso più felici di quelle di oggi. Le persone tra i 60 e i 70 anni mantengono vecchie abitudini, mentre quelle tra i 60 e i 70 anni sono perse nel mondo digitale di oggi. Questo articolo spiega perché vale la pena prestare attenzione a questo aspetto e come possiamo essere felici nella nostra vita quotidiana.

Non è una romantica resistenza al progresso

Quando parlo con amici che hanno superato i sessanta, non incontro nostalgici. Incontro persone che hanno coltivato routine concrete: cucinare ogni giorno, telefonare invece di messaggiare per ore, camminare nei dintorni, prendersi cura di piante o animali. Non dico che la tecnologia sia il problema: semmai è il modo in cui spesso diventa il centro di gravità dell’esistenza moderna. Queste abitudini, all’apparenza datate, generano micro-strutture di vita che offrono senso e ripetizione: elementi che, a conti fatti, sembrano favorire un maggior senso di soddisfazione.

La connessione quotidiana che non è un feed

Il gesto di aspettare che la pasta sia pronta, il tempo dedicato a una telefonata con la voce e non con un’emoji: sono azioni che legano il presente a una rete di significati più lenta ma, spesso, più profonda. Negli studi sociologici recenti emerge che la qualità delle interazioni sociali conta più della loro quantità. Non sorprende che chi preserva incontri fisici o conversazioni telefoniche di qualità riporti, in media, un maggiore senso di appagamento rispetto a chi vive in un ciclo di notifiche e aggiornamenti continui.

“Le routine che includono attività manuali e interazioni faccia a faccia favoriscono la stabilità emotiva e la percezione di controllo sulla vita quotidiana”, afferma Laura Bianchi, professoressa di Sociologia della Salute presso l’Università di Milano. “Non si tratta di rifiutare la tecnologia, ma di bilanciarla con pratiche che radicano l’esperienza”.

Perché la “vecchia scuola” sembra funzionare

Permettimi di essere chiaro: non sto idealizzando le abitudini tradizionali. Ci sono persone anziane infelici quanto i giovani iperconnessi. Ma quando vedo gruppi nella fascia 60-70 che riportano felicità superiore, noto alcuni fili comuni. Primo: le loro giornate sono spesso scandite da ritmi corporei e sociali prevedibili. Secondo: molte di queste persone partecipano attivamente alla vita comunitaria, sia in forma volontaria sia in ruoli familiari. Terzo: dedicano tempo a lavori che producono risultati tangibili — un orto, un piatto, una riparazione domestica — e questo dà soddisfazione immediata.

Ritmo vs. stimolo permanente

Il mondo digitale premia l’interruzione e la novità; la vita analogica premia la cura e la ripetizione. Non considero la novità un male. Anzi, è spesso fonte di stimolo intellettuale. Ma la felicità che emerge dai racconti di molte persone più anziane sembra derivare da un bilancio tra stimolo e stabilità: troppa stimolazione senza ancoraggi diventa rumore e logora. Questo è il punto che i più giovani trascurano: la quantità di stimoli non si traduce automaticamente in qualità di vita.

Perché le vite più lente spesso ci fanno sentire più felici di quelle più veloci

Un fenomeno che continuo a notare, e lo ammetto come un’osservazione personale prima che diventi una discussione, è il modo in cui le persone tra i sessanta e i settant’anni vivono il tempo in modo diverso. Non meglio in senso morale, ma in modo diverso in senso strutturale. Le loro giornate non sono progettate per un’ottimizzazione costante. I compiti richiedono tutto il tempo che richiedono e questa lentezza non viene trattata come un fallimento. Questo ha conseguenze sulla felicità che raramente riconosciamo. Quando la vita non viene costantemente inquadrata come qualcosa che deve essere accelerato, diventa più facile sentirsi “sulla buona strada”, anche senza risultati evidenti.

Le vite dei giovani, immersi nella tecnologia, spesso si muovono più velocemente ma sembrano meno complete. Non perché i giovani manchino di motivazione o intelligenza, ma perché gli ambienti digitali frammentano l’attenzione in piccole richieste concorrenti. Persino il riposo diventa orientato agli obiettivi: sonno ottimizzato, tempo libero produttivo, tempi di inattività curati. Al contrario, molte persone anziane strutturano le loro giornate attorno a meno ancore più lente – pasti, commissioni, conversazioni, attività di cura – che creano un senso di conclusione. Le cose iniziano e finiscono. Questo da solo riduce l’ansia di fondo.

Ciò che mi colpisce di più è che questo ritmo più lento non elimina i problemi; cambia semplicemente il modo in cui vengono elaborati. Quando si manifesta lo stress, viene assorbito dalla routine anziché amplificato dal confronto o dagli aggiornamenti costanti. C’è meno pressione a “sentirsi bene” costantemente o a essere felici. La soddisfazione emerge silenziosamente, spesso dopo lo sforzo, non prima. Questo potrebbe spiegare perché i dati sulla felicità tra gli anziani non aumentano drasticamente, ma rimangono stabili. La stabilità, in un mondo rumoroso, è sottovalutata.

Questo non significa che la velocità sia negativa o che i giovani debbano imitare in blocco gli stili di vita degli anziani. Ma suggerisce che la felicità non consiste necessariamente nell’avere più opzioni, stimoli o efficienza. A volte deriva dall’accettazione dei limiti – di tempo, energia, attenzione – e dalla costruzione di una vita che si adatti a essi. La lentezza, in questo senso, non è pigrizia. È un modello che rende il benessere più facile da sostenere.

Non solo “meno schermo” — ma più pratiche significative

Qualcuno obietterà: non è che gli anziani siano più felici perché non hanno smartphone. Spesso si tratta di una combinazione: uso selettivo della tecnologia unito a pratiche analogiche che generano significato. È interessante che, secondo dati consolidati degli ultimi anni, gli adulti sopra i cinquanta integrano sempre più dispositivi nella vita quotidiana, ma scelgono modalità d’uso finalizzate alla praticità e alla relazione, non alla performatività sociale.

Detto questo, non credo nella demonizzazione del digitale. Molte persone in età avanzata usano la tecnologia per alimentare reti sociali e interessi. Ma la differenza sostanziale è negli scopi: quando la tecnologia diventa fine e non mezzo, il benessere reale può diminuire.

Un punto critico: identità e valore sociale

Le abitudini tradizionali spesso mantengono ruoli sociali chiari: chi cucina è riconosciuto per quel gesto, chi cura il giardino è visto come qualcuno che contribuisce. L’identità quotidiana resta salda. Al contrario, nelle generazioni più giovani l’identità tende a frammentarsi in molteplici profili digitali, ognuno con aspettative e giudizi esterni che consumano energie. Questo non è una regola ferrea ma una tendenza osservabile e, a mio avviso, culturale: le società che valorizzano meno la performance digitale e più l’intimità concreta offrono spazi migliori per una felicità sostenibile.

Qualche nota critica e aperta

Non possiamo ridurre tutto alla scelta tra forno e feed. Ci sono fattori strutturali: condizioni economiche, salute, rete di relazioni, accesso ai servizi. Però mi chiedo spesso se la nostra conversazione pubblica sul benessere non enfatizzi troppo l’innovazione digitale come panacea, trascurando la ricchezza di pratiche quotidiane che non ottengono click ma costruiscono pazientemente senso. Non ho tutte le risposte. E mi va bene che sia così.

“La ricerca ci mostra che la qualità delle relazioni quotidiane e il senso di efficacia personale sono forti predittori di benessere soggettivo”, spiega Marco Rossi, ricercatore in Psicologia Positiva presso l’Istituto Italiano di Ricerca Sociale. “Interventi che migliorano la qualità delle attività quotidiane possono avere effetti duraturi sulla felicità”.

Conclusione: cosa prendere con sé

Se qualcosa emerge chiaramente, è che il tema non è semplice: non si tratta di idealizzare il passato né di demonizzare la tecnologia. È una questione di pratiche, priorità e intenzioni. Le persone tra i 60 e i 70 anni che mantengono certe abitudini vecchio stile aiutano a ricordarci che il benessere si costruisce nelle cose piccole e ripetute, non solo negli upgrade tecnologici immediati. Capire questo può essere utile, anche per i più giovani, ma solo se lo si fa senza atteggiamenti moralistici.

Idea centrale Perché conta
Routine quotidiane tangibili Offrono prevedibilità e senso di efficacia personale
Interazioni di qualità La voce, il tempo condiviso e la presenza aumentano la soddisfazione
Scopi pratici Attività con risultati concreti offrono ricompense emotive immediate
Uso selettivo della tecnologia La tecnologia è utile se serve a fini relazionali o pratici, non performativi

FAQ

Perché molti anziani riportano più felicità pur usando meno tecnologia?

La questione è complessa. In diversi studi emerge che il senso di controllo, la stabilità delle routine e la qualità delle relazioni sono fattori centrali della felicità. Le vecchie abitudini spesso facilitano questi elementi. Non è la quantità di tecnologia che conta ma il modo in cui viene integrata nella vita quotidiana. Le persone anziane che scelgono un uso mirato della tecnologia sembrano trarne vantaggio senza perdere i benefici delle pratiche analogiche.

Significa che la tecnologia fa male alla felicità dei giovani?

Non è una verità universale. La tecnologia offre opportunità reali ma può anche creare aspettative e confronti costanti. Per alcuni giovani la tecnologia è preziosa; per altri diventa fonte di ansia. L’importante è riconoscere che la sola presenza di strumenti digitali non garantisce benessere. Le pratiche che forgiano senso e relazioni rimangono decisive.

Quali abitudini vecchio stile sembrano avere il maggior impatto?

Le attività che coinvolgono attenzione, cura e risultati tangibili emergono con forza: cucinare per altri, mantenere un orto, prendersi cura di animali, partecipare a gruppi locali. Queste pratiche producono feedback immediati e riconoscimento sociale concreto. Aggiungo che il valore di queste abitudini dipende molto dal contesto sociale e personale.

È possibile combinare tecnologia e abitudini analogiche con successo?

Sì, molte persone lo fanno. Usano la tecnologia per pianificare incontri, mantenere contatti lontani o imparare nuove ricette, ma preservano momenti analogici per la cura quotidiana. La chiave sta nella scelta consapevole degli strumenti in funzione di obiettivi reali, non per accumulare stimoli.

Questa tendenza è osservata solo in Italia?

I fenomeni di cui parlo hanno riscontro in vari paesi, con differenze culturali e socioeconomiche. Rapporti internazionali e indagini demografiche mostrano pattern simili: la qualità delle relazioni quotidiane e delle attività pratiche è spesso correlata a un maggiore benessere soggettivo nelle età avanzate.

Come interpretare questi dati senza cadere in giudizi morali?

Con umiltà. I racconti eterogenei delle persone mostrano che non esiste una ricetta unica. Meglio adottare una prospettiva curiosa: osservare, sperimentare e decidere cosa funziona nella propria vita, evitando schematismi e colpevolizzazioni.

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