Negli anni Sessanta e Settanta la critica aveva un suono diverso. Non era semplicemente il gemito ostile di qualcuno che giudica. Era parte di un linguaggio pubblico che si sapeva condiviso e che disponeva di regole non scritte. Scrivo questo con una certa nostalgia critica non per idealizzare il passato ma per capire cosa abbiamo smarrito. Se oggi ogni rimprovero diventa battaglia identitaria e ritiro emotivo, allora vale la pena chiedersi perché in un passato recente la stessa parola critica non scavava le stesse voragini dentro le persone.
Un contesto sociale che assorbiva il colpo
Per cominciare bisogna guardare al contesto. Le famiglie sociali erano più omogenee e i codici di comunicazione tra generazioni erano più stabili. Le parole circolavano in ambiti riconosciuti: giornali, scaffali di libri, programmi radiofonici. La critica era spesso pubblica ma non privatizzata. Questo non significa che mancassero ferite o che tutti fossero garbati. Significa però che esisteva una cornice istituzionale che rendeva meno personale la ricezione di una valutazione negativa.
Valori collettivi e soglie emotive
In quegli anni i valori collettivi erano meno liquidi. Il confronto si svolgeva spesso su palcoscenici condivisi. Un critico cinematografico o musicale non parlava solo a un individuo ma a una comunità di praticanti e appassionati che riconoscevano la sua autorità. Questo riduceva la percezione di offesa personale. La critica poteva ferire il lavoro ma raramente distruggeva l’identità dell’individuo come succede oggi.
Il lavoro dell’istituzione critica
Un elemento determinante era il ruolo delle istituzioni culturali che, pur spesso esclusive, offrivano un orizzonte di senso. Riviste, festival e case editrici costruivano una gerarchia conoscibile. Si parlava di estetica e politica ma attraverso strumenti riconoscibili. Questo ordina la critica, la fa sembrare una misura e non un giudizio che emerge dal vuoto.
Giulia Moretti docente di storia culturale all Universita di Bologna sostiene che la struttura dei canali culturali dell epoca creava una distanza professionale tra critica e persona che oggi è scomparsa.
La frase dell esperta non è una verità assoluta ma suggerisce qualcosa che ho osservato spesso: quando l’autorità della critica è incapsulata in ruoli e spazi definiti, l’atto del criticare è meno carico di vendetta personale e più vicino a un’operazione di discernimento collettivo.
Il mestiere del critico
Il critico in quegli anni spesso era parte di una tribù intellettuale. Non era solo commentatore ma interlocutore dentro un circuito di scambi reali: incontri, dibattiti, festival. La presenza fisica conteneva la rabbia e permetteva la mediazione. Poi venne la televisione di massa, e più tardi la rete, a diluire queste mediazioni. La distanza che prima era protettiva è diventata un vuoto che amplifica il dolore.
La personalità come progetto e non come marchio
Negli anni Sessanta e Settanta l idea di sé era più spesso un progetto in divenire. L’identità non era confezionata come oggi. C’era spazio per sbagliare pubblicamente senza che ogni errore diventasse etichetta eterna. L emergere dell estetica autopromozionale ha trasformato questa elasticità in rigidità. Se ti definisci con cura estrema attraverso immagini e slogan ogni critica tocca la tua vetrina più che il tuo lavoro.
Il prezzo della visibilità costante
Oggi la visibilità è continua e immediata. Allora la visibilità era episodica e spesso filtrata. Questo faceva sì che la critica colpisse il gesto o l opera e non l intero essere. Chi viveva sul palcoscenico sapeva che la recita sarebbe finita e che l opinione sarebbe passata. Non esisteva ancora la logica delle repliche infinite che gonfiano una critica fino a trasformarla in condanna perpetua.
Le parole avevano una forma pubblica
Le espressioni critiche erano lessicalmente più precise e meno ricche di trappole identitarie. Non è che la maleducazione mancasse. È che le parole erano pensate per essere lette in pubblico e misurate. Un critico prendeva atto di limiti stilistici e di contesto. L immediato ribaltamento personale era meno probabile proprio perché il linguaggio aveva una direzione pubblica.
Una differenza di metodo
Dire che tutto era migliore sarebbe stupido. Ma riconoscere che c’era un metodo diverso è utile. Se il fine della critica era migliorare la disciplina o aprire un dibattito, allora era possibile accogliere i rimproveri come strumenti e non come colpi al cuore. Oggi invece l analisi spesso cerca di smascherare e demolire piuttosto che correggere. Questo cambia la ricezione.
Perché non è solo un problema di tempo
Non si può attribuire la differenza solo alla nostalgia. Ci sono trasformazioni economiche e tecnologiche che spiegano molto. La precarizzazione dei ruoli culturali ha fatto sì che la critica toccasse il pane quotidiano di molte persone. La rete ha annullato i mediatori e reso ogni frase possibile detonatore. Ma c’è anche un aspetto psicologico: la costruzione dell io come brand personale rende le critiche ferite lessicali e finanziarie insieme.
La responsabilità pubblica dei critici
Non voglio assolvere i critici del passato da ogni colpa. Spesso erano elitarî e poco empatici. Tuttavia la loro posizione strutturata consentiva almeno un confronto regolato. Se vogliamo rendere la critica di oggi meno personale dobbiamo rimettere in piedi spazi di mediazione credibili e forme linguistiche che privilegino l analisi sul linciaggio.
Un invito parziale e non prescrittivo
Non propongo ricette. Non sono ingenuo. La tecnologia e l economia non tornano indietro. Però possiamo imparare a distinguere forma e contenuto. Possiamo ricordare che una critica rivolta al lavoro non è necessariamente un attacco alla persona. E possiamo sperimentare nuove pratiche pubbliche dove la valutazione torna a essere conoscenza condivisa e non moneta d offesa.
| Idea centrale | Cosa significa |
|---|---|
| Contesto pubblico | La critica era inserita in circuiti istituzionali che attenuavano la personalizzazione. |
| Ruolo del critico | Funzione professionale riconosciuta riduceva il carico emotivo delle valutazioni. |
| Identità non brandizzata | Le persone erano meno definite dall immagine rendendo le critiche meno devastanti. |
| Visibilità filtrata | La presenza pubblica era episodica e mediata riducendo l effetto risonante della critica. |
| Metodo linguistico | Le parole erano orientate al dibattito e all analisi non al linciaggio. |
FAQ
Perché oggi le critiche sembrano sempre personali?
La combinazione di visibilità continua tecnologia social e costruzione del sé come prodotto rende ogni valutazione più dura. Inoltre la scomparsa di mediatori istituzionali e la precarizzazione del lavoro culturale trasformano una bocciatura in una minaccia economica e identitaria. Non è una spiegazione completa ma è un fattore importante da considerare.
Gli anni Sessanta e Settanta erano meno violenti emotivamente?
Non necessariamente. Esistevano tagli durissimi e pubblico implacabile. La differenza sta nella forma e nell economia della critica. Le parole allora circolavano in spazi che ne modulavano l impatto. Oggi la stessa frase moltiplicata diventa un terremoto emotivo che non si placa.
Si può recuperare qualcosa di quell atteggiamento critico?
Sì ma serve intenzione collettiva. Costruire istituzioni che mediare la valutazione e promuovere pratiche di critica che siano chiaramente orientate a migliorare piuttosto che a distruggere. È un compito difficile e non privo di limiti ma non impossibile.
La responsabilità è solo dei critici?
No. La ricezione è una costruzione sociale. Autori pubblici media e lettori contribuiscono a trasformare una valutazione in un attacco personale. Cambiare questa dinamica richiede impegno da tutte le parti coinvolte e non solo da chi emette la critica.
Quale ruolo hanno i media nella personalizzazione della critica?
I media amplificano e semplificano. La tendenza a ridurre tutte le storie a titoli forti e a polarizzazioni aumenta la sensazione di attacco personale. Un giornalismo più lento e contestuale potrebbe ridurre questo effetto ma richiede risorse e volontà editoriale.
Questa analisi implica un ritorno al passato?
Non propongo nostalgia totale. Il passato non è un modello perfetto. L obiettivo è selezionare elementi utili che possano essere adattati al presente per rendere la critica meno distruttiva e più feconda.