Perché le persone nate negli anni 60 e 70 non hanno bisogno di motivazione continua

Non è una lode scontata né una contestazione generazionale fatta per attaccare i giovani. È un’osservazione pratica che ho visto ripetersi in famiglie, uffici e bar di città italiane: le persone nate negli anni 60 e 70 mostrano una capacità di procedere senza l’iniezione costante di frasi motivazionali. Questo non significa che siano immuni alla stanchezza o all’insicurezza. Significa che il loro modo di organizzare tempo e desideri non si nutre di stimoli esterni continui come invece accade oggi.

Un’abitudine mentale più che una virtù morale

Quando dico che non hanno bisogno di motivazione continua intendo che non dipendono dal feed per alzarsi al mattino. Non intendo che siano sempre produttivi o sereni. Ho visto medici cinquantenni che barcollavano, artisti che si spegnevano, coppie che litigavano. Però spesso, dopo il blackout emotivo, tornano a fare ciò che serve senza il rituale iperconsumo-motivazionale che caratterizza le generazioni più giovani.

La produzione di senso è interna

Molti di loro hanno costruito una bussola interna quando il mondo era meno orientato a premi veloci. Lavori più stabili. Attese più lunghe per ricompense tangibili. La pazienza non è qui una parola astratta ma una pratica quotidiana. C’è poi l’elemento delle responsabilità incalzanti: case, figli, genitori anziani, mutui. Queste cose ti costringono a muoverti anche quando la “motivazione” è latitante.

Perché la motivational economy non funziona su questa generazione

Il mercato della motivazione vende immagini, playlist, workshop e pillole retoriche pensate per accelerare risposte emotive. Funziona quando manca contesto, quando il desiderio deve essere acceso per trasformarsi in azione immediata. Ma le persone nate negli anni 60 e 70 hanno spesso un contesto già complesso e stratificato. A loro non serve l’accensione continua perché la manutenzione quotidiana del loro mondo agisce come spinta automatica, e la gratificazione è spesso dilazionata e concreta.

Un esempio familiare

Conosco una donna nata nel 1968 che si alza alle sei per andare in negozio. Non ascolta podcast motivazionali; ama il silenzio. Quando le chiedo se non le manchi una spinta esterna, risponde secca che la spinta è il bilancio del mese. È brutale ma reale: responsabilità economiche e affettive creano una motivazione di tipo diverso, meno scenografica e più resistente.

Resilienza non è un cliché terapeutico

Non voglio semplificare con un racconto eroico degli anni passati. Ci sono ferite, rimpianti, e anche tanta fatica. Ma la resilienza delle persone nate negli anni 60 e 70 è spesso radicata in esperienze che non si dissolvono con una playlist. È costruita con atti ripetuti, a volte banali e noiosi, che alla lunga producono risultati.

“COVID 19’s impact forever changed the reality of many Americans, yet we’ve observed a resilience among U.S. retirees in contrast to younger generations. They’ve seen wars and other major disruptions before and they know that this too will pass.”
Ken Dychtwald PhD Founder and CEO Age Wave.

La citazione di Ken Dychtwald non è una sentenza universale ma conferma un punto: la capacità di riorientarsi dopo una crisi può essere più frequente in chi ha attraversato diverse perturbazioni storiche e personali.

Non è nostalgia. È economia dell’attenzione diversa.

La loro attenzione non è affamata di microstimoli. Sono cresciuti in un’epoca in cui la concentrazione doveva essere coltivata: ricerche lunghe, libri, telefonate che duravano. Non tutto è trasferibile ai giovani di oggi, e non tutto è migliore; però è utile riconoscere che la dipendenza da un continuo flusso motivazionale può essere, paradossalmente, una fragilità.

Qualcosa che i manuali non dicono

I manuali di self help proclamano esercizi e routine. La verità che ho visto spesso nella vita reale è che ciò che funziona tra i nati negli anni 60 e 70 è meno rituale spettacolare e più bricolage quotidiano. Aggiustare una lavatrice, chiamare un parente, fare la fila alla banca: attività che non urlano crescita personale ma costruiscono capacità di risposta e autonomia.

Quando la motivazione serve davvero

Non affermo che la motivazione sia inutile. Serve quando si devono cambiare abitudini radicate o quando si vuole intraprendere un progetto che rischia di essere slegato dalle responsabilità immediate. Ma la differenza sta nel tipo di carburante: per molti nati negli anni 60 e 70 il combustibile è la concretezza, non la narrazione trionfale di sé.

Un avvertimento

Non romanticizziamo. Essere poco esposti alla motivational economy non protegge da ansia, solitudine o crisi identitarie. Tuttavia, quando il mondo offre stimoli a buon mercato, loro spesso rispondono con scelte di conservazione e di misura. Alla lunga, questo atteggiamento può somigliare a una forza invisibile.

Imparare l’arte della motivazione sostenibile

Se c’è qualcosa che tutte le generazioni possono rubare ai nati negli anni 60 e 70 è l’idea che la motivazione non dev’essere spettacolare per essere efficace. Si tratta di costruire piccoli frammenti di senso, ripetuti. Non è virale, ma più difficile da consumare velocemente.

Lascerò alcune domande aperte. Come si integra questa pratica con ambienti lavorativi che premiano l’apparenza? Come si insegna ai ragazzi a calibrarsi quando la loro attenzione è costantemente sollecitata? Non ho risposte definitive, ma credo che osservare chi ha vissuto decenni senza il rumore digitale apra piste pratiche.

Conclusione

Non è un invito a smettere di motivarsi. È un invito a riconoscere che esistono forme di spinta che non passano dal like. Le persone nate negli anni 60 e 70 non sono un modello perfetto ma offrono una lezione: la motivazione sostenibile è spesso radicata nel dover fare, non nel dover sentire. E in tempi in cui tutto è effimero, questo potrebbe essere un vantaggio sottovalutato.

Riepilogo sintetico

Idea chiave Perché conta
Motivazione interna Nasce da responsabilità concrete e non da stimoli esterni costanti.
Resilienza pratica Costruita da esperienze ripetute e da una storia personale di crisi superate.
Economia dell’attenzione Preferenza per stimoli lenti e concreti rispetto a microstimoli digitali.
Applicabilità Può essere utile a chiunque cerchi motivazione duratura invece che picchi emotivi.

FAQ

1 Che cosa intendi esattamente con “non hanno bisogno di motivazione continua”?

Significa che molti nati negli anni 60 e 70 non dipendono da messaggi esterni ricorrenti per mettere in moto la propria vita quotidiana. Non implica assenza di crisi o di bisogno di incoraggiamento. Molte azioni nascono dalla necessità concreta più che dall’ispirazione momentanea.

2 Questo vale per tutte le persone nate in quegli anni?

No. Sono generalizzazioni osservazionali basate su tendenze culturali e sociali. Ci sono eccezioni numerose. L’intento è offrire una lente utile per comprendere comportamenti frequenti, non una legge biologica o morale.

3 Come si può imparare questo approccio se si è nati dopo gli anni 80?

Si può sperimentare diminuendo il ritmo delle gratificazioni immediate e creando compiti che richiedano attesa e manutenzione. Provare a portare a termine attività che non producono un reward immediato può essere un inizio. È un allenamento di pazienza e concretezza.

4 La mancanza di bisogno di motivazione continua è legata all età biologica?

Non solo all’età biologica. È più correlata a esperienze storiche e sociali che hanno plasmato comportamenti. Essere nati in quegli anni significa spesso aver vissuto fasi storiche che hanno richiesto adattamento e responsabilità diverse rispetto a quelle attuali.

5 Questo significa che i giovani sono più fragili?

Non è una condanna. I giovani affrontano sfide diverse e la loro sensibilità a stimoli digitali è anche una risorsa. L’idea è capire che fragilità e punti di forza variano e che la soluzione non è colpevolizzare una generazione ma imparare l una dall altra.

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