Perché chi ha vissuto i anni Sessanta e Settanta non si aspettava risposte immediate e si sentiva meno ansioso

Cosa succede nella testa di una persona nata negli anni Cinquanta o Sessanta quando riceve una notifica sul telefono? Molti di noi pensano a drammi generazionali o a supposte resistenze alla tecnologia. Ma la questione è più sottile. Questo pezzo non vuole santificare nessuna generazione né costruire un manifesto nostalgico. Voglio invece provare a spiegare perché le persone che hanno attraversato gli anni Sessanta e Settanta non si aspettavano risposte immediate e perché, spesso, questo atteggiamento ha ridotto il loro livello di ansia rispetto a come ci sentiamo oggi.

Un tempo di attese ragionate

Negli anni Sessanta e Settanta la comunicazione era precaria e deliberata. Una telefonata fuori orario era scortese. Una lettera richiedeva giorni se non settimane. Questo costringeva a ponderare cosa dire e quando dirlo. L’attesa non era solo un limite tecnico: era una dimensione che organizzava la giornata, i rapporti, le priorità. E questa struttura esterna ha formato aspettative interne.

La risposta come evento, non come rito quotidiano

Ricevere una risposta significava che qualcosa era successo. Non era solo l’aggiornamento di stato di una relazione ma spesso un segnale: qualcuno aveva preso tempo per pensare, aveva fatto una fila alla posta, aveva smesso di lavorare per rispondere. Per chi ha vissuto quegli anni, la qualità della risposta poteva pesare più della velocità.

Ansia sociale e ritmo moderno

Oggi la domanda dominante è: perché non mi ha risposto subito? La presenza costante delle tecnologie ha trasformato la norma sociale. La nostra timeline personale convive con timeline altrui e le due si intersecano costantemente. Questo crea una pressione che non esisteva prima: una risposta attesa diventa un fatto che reclama la nostra attenzione e spesso la nostra interpretazione emotiva.

Le aspettative di immediata reciprocità nelle comunicazioni aumentano l’attivazione emotiva e possono sostenere stati prolungati di ansia.

Dr. Elena Marini Psicologa clinica Università di Bologna

La citazione non è un verdetto definitivo. È però utile: quando la norma muta, si modifica anche il registro delle nostre reazioni emotive. L’assenza non è più neutra; diventa un piccolo enigma quotidiano da risolvere.

Una mia osservazione personale

Ho visto colleghi quarantenni reagire a una chiamata non risposta come se fosse una ferita. E ho visto persone oltre i settanta ridere della stessa cosa e cambiare argomento. Non è che siano più freddi. Semplicemente, hanno reti di attesa interne costruite in altri tempi.

Memoria culturale e tolleranza dell’incertezza

Chi ha vissuto i Sessanta e Settanta porta con sé una memoria culturale della lentezza. Questo non è un vezzo vintage: è una strategia cognitiva. Sapere che le risposte vengono a intervalli, e che la vita non si disintegra in assenza di conferme immediate, aiuta a sviluppare una tolleranza dell’incertezza. La tolleranza non si compra. Si costruisce, con ripetute esperienze quotidiane che insegnano: aspetta, vedrai.

La responsabilità delle tecnologie

Non sto dicendo che le tecnologie siano cattive. Sono profondamente utili. Il punto è che ci hanno spostato verso un regime in cui l’attenzione è frazionata e l’aspettativa di sincronizzazione diventa fonte di stress. Il problema non è lo strumento ma il patto implicito che abbiamo accettato quando abbiamo cominciato a identificare presenza con disponibilità immediata.

Perché non aspettarselo era sano

Aspettarsi meno era, in molti casi, una forma di igiene mentale. Non si trattava di indifferenza ma di una scelta pratica: conservare energie per ciò che conta e non reagire a ogni segnale. Questo atteggiamento permetteva di dedicarsi alle conversazioni profonde senza il peso di risposte istantanee continue. Le relazioni avevano bioritmi più lunghi e più rispettosi della vita privata.

Un esempio dal vivo

La mia vicina di casa, classe 1948, racconta che spesso restava giorni prima di rispondere a una lettera perché voleva scrivere con calma. Se oggi qualcuno facesse così riceverebbe almeno tre follow up. Lei lo vede come una cura. Io vedo in quelle parole una lezione pratica su come gestire tensioni inutili.

Non tutto era perfetto

È doveroso dirlo: la lentezza può anche nascondere esclusione. Certi ritmi escludevano chi era lontano o in movimento. La tecnologia ha reso possibile mantenere legami che prima si sarebbero spezzati. Quindi non sto proponendo di tornare indietro. Sto suggerendo che possiamo recuperare alcuni vantaggi emotivi di quei tempi senza rifiutare i benefici moderni.

Proposte pratiche, senza ricette

Non darò una lista di regole facili. La vita è meno prevedibile di così. Però credo che sia politicamente e psicologicamente sensato ripensare le aspettative nella comunicazione. Per esempio si può lasciar intendere che una risposta arriverà quando si avrà tempo reale per pensarla. Non è un trucco morale. È una promessa onesta che alleggerisce il carico emotivo.

Qualcosa resta aperto

Non ho una formula che funzioni per tutti. Le persone non sono dispositivi. Dico però che osservando il passato si trovano tracce utili per il presente. Nessuna nostalgia pietrificata, solo una pratica umana che si può rianimare. Questo è il punto che mi interessa: non la retorica del meglio o peggio, ma l’arte di scegliere quali regole del passato tenere e quali nuove aspettative rinegoziare.

Conclusione

Perché people from 60s and 70s didn’t expect instant replies and felt less anxious because of it. Perché in quei decenni la lentezza era una forma di cura sociale. Riprenderne una versione aggiornata può essere un semplice atto di responsabilità verso se stessi e verso chi ci scrive. Non è rinuncia alla tecnologia. È una ridisciplina delle nostre aspettative emotive.

Riepilogo sintetico

Idea chiave Perché conta
La lentezza era normata Riduceva la pressione emotiva sulle risposte immediate.
La risposta era un evento Valutata per contenuto non per rapidità.
Tolleranza dell’incertezza Si costruiva con l’abitudine e proteggeva dall’ansia cronica.
Tecnologia e ambivalenza Ha allargato le possibilità ma aumentato le aspettative.

FAQ

Perché le persone anziane spesso non rispondono subito ai messaggi?

Spesso non si tratta di dimenticanza ma di priorità. In passato l’atto di rispondere era selezionato e preparato. Questo atteggiamento si è radicato culturalmente. Alcune persone mantengono questa pratica per evitare risposte frettolose o emotive. Non è una strategia universale ma una differenza di ritmo e di gestione dell’attenzione.

La lentezza nella comunicazione è sempre positiva?

No. A volte rallentare significa perdere opportunità o creare fraintendimenti. In altre situazioni invece riduce attriti emotivi e opportunità di reazione impulsiva. La questione è contestuale e richiede valutazioni che variano secondo relazioni e contesti professionali o personali.

Come si concilia la disponibilità digitale con il bisogno di spazio emotivo?

Non esiste una sola soluzione. Alcune persone stabiliscono finestre orarie per rispondere, altri comunicano aspettative chiare sugli introiti temporali. Queste pratiche permettono di usare la tecnologia senza accettare come inevitabile ogni sua pressione. È un compromesso che si negozia caso per caso.

Le nuove generazioni possono imparare a tollerare l’incertezza?

Sì ma non è automatico. Serve tempo e pratiche ripetute. Ridurre la fretta nelle risposte è una forma di allenamento emotivo che richiede coerenza. Alcune abitudini culturali del passato possono essere riconsiderate in chiave moderna per ottenere benefici simili senza rinunciare alla connettività.

È utile parlare apertamente delle proprie aspettative comunicative?

Spesso sì. Dichiarare che si risponderà con calma oppure che si preferisce una chiamata al posto di molti messaggi può prevenire incomprensioni. La chiarezza sulle aspettative non è rigida ma consente di rispettare i ritmi reciproci e di ridurre ansie inutili.

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