Nella mia vita da osservatore sociale ho spesso sentito una domanda serpeggiare sotto conversazioni apparentemente banali: come fai a riconoscerti quando tutto intorno chiede conferme istantanee? Forse la risposta più netta l’ho trovata parlando con amici nati negli anni 60 e 70. Non è nostalgia. È una pratica quotidiana di identità che non ha bisogno di notifiche.
Un senso di sé costruito a pezzi veri
Per chi ha vissuto l’infanzia e l’adolescenza prima della rete, l’identità è stata assemblata pezzo dopo pezzo attraverso esperienze concrete. Lavoro, cerchie di amici che si trasformavano nel tempo, lettere, telefoni fissi, atti di gentilezza che non venivano immortalati ma restavano nella memoria. Non sto dicendo che fossero migliori. Sto dicendo che sanno come mettere insieme brandelli di vita senza chiedere il permesso dell’algoritmo.
La pratica della memoria collettiva
Ricordo una signora di Milano che mi mostrò vecchie fotografie senza volerle mettere online. Le guardava come se ogni immagine fosse una stanza. Mi ha colpito la cura, l’attenzione al dettaglio che non pretendeva audience. È diverso dall’istant like. C’è una discreta autorevolezza nella memoria che non cerca la conferma in tempo reale.
Radici sociali e rituali non digitali
Molti nati negli anni 60 e 70 hanno ancora rituali che segnano i passaggi di vita: la chiamata alla madre la domenica, l’appuntamento al bar, la riunione di condominio che dura ore e genera quell’appartenenza sporca ma reale. Sono gesti che non possono essere ridotti a metriche. Questi rituali consolidano ruoli e responsabilità. E il senso di sé si alimenta di quei piccoli giuramenti quotidiani che la rete non racconta.
Un esempio concreto
Un amico della mia età mi raccontava del suo gruppo di liceo che si ritrova ogni cinque anni. Non postano foto per conquistare follower. Si incontrano per sistemare le storie incompiute. Ogni incontro è un aggiornamento interno. Nel tempo, quell’aggiornamento produce coerenza, anche quando le persone cambiano città, mogli, mestieri.
Lavoro, fatica e reputazione offline
La reputazione si costruiva nel tempo con il lavoro, con la parola data, con il passaparola. Un meccanico, un medico o una maestra potevano avere quasi la stessa autorevolezza di un curriculum digitale. Non dico che fosse perfetto. Dico invece che dava confini: sapere chi sei significava anche sapere cosa gli altri si aspettavano da te e, più importante, cosa tu ti aspettavi da te stesso.
La disciplina della responsabilità
Quando non sei costantemente osservato dall’algoritmo, impari a essere consistente per te stesso. Non si tratta di ipocrisia morale. Piuttosto di una pratica di responsabilità che nasce dai legami quotidiani. Personalmente penso che quel tipo di disciplina renda più semplici alcune scelte esistenziali. Al tempo stesso, può diventare una gabbia. Non c’è neutralità in tutto questo.
Solitudine come palestra dell’identità
La rivoluzione digitale ha cambiato il modo in cui concepiamo la solitudine. Ma non è che i nati negli anni 60 e 70 non conoscano la paura di restare soli. L’hanno semplicemente trasformata in una palestra. Invece di cercare la rassicurazione immediata via smartphone, hanno imparato a tollerare il vuoto e a farne qualcosa. Questa capacità di stare con se stessi spesso sfugge alle generazioni cresciute immersi nei feed.
Sherry Turkle. Professor of the Social Studies of Science and Technology. Massachusetts Institute of Technology. “When we don’t have the capacity for solitude, we turn to other people in order to feel less anxious or in order to feel alive.”
La frase di Turkle mi pare spiegare una dinamica: la capacità di essere soli diventa uno spazio dove costruire il sé. Non è romantico. È pratico. E di rado è esibito.
L’orizzonte incompiuto dell’identità
Non voglio idealizzare. Per molti la vita senza social era anche limitata e ferma. Ma c’è qualcosa di potente nel fatto che la propria storia non debba essere continuamente narrata per esistere. C’è una misura nell’essere conosciuti davvero solo da chi ti vede in carne e ossa. E non è la stessa cosa di avere mille amici virtuali che non ti chiamano quando sei malato.
Perché questo conta ancora oggi
Perché quando le connessioni digitali vacillano, chi ha praticato una forma di identità non dipendente dall’approvazione istantanea recupera più facilmente una bussola. Questo non significa rifiutare la tecnologia. Significa piuttosto avere strumenti interiori per non farsi inghiottire. Parlare così non è una formula magica. È una proposta di priorità: prima l’essere, poi la scena.
Non è nostalgia è strategia
Spesso chi è nato in quegli anni mi irrita per certe posizioni rigide. Ma c’è una strategia di fondo: sapere chi sei senza social media richiede esercizio. È come avere una biblioteca personale di esperienze che puoi consultare quando serve. Quelle memorie non chiedono like. Offrono criterio.
Un piccolo rischio
Il rischio è l’autoreferenzialità. Anche chi non vive per il follow può diventare dogmatico. Non ho niente contro il dialogo con i giovani digitali, anzi. Ma se si vuole capire perché molte persone nate negli anni 60 e 70 sembrano sicure di sé, bisogna guardare alla pratica quotidiana e alla pazienza accumulata nel tempo.
Conclusione aperta
Non ho la soluzione. Mi limito a osservare che l’identità non è un oggetto che si compra con una app. È una tessitura, spesso imperfetta, costruita con abitudini, fallimenti, riti, responsabilità e qualche conversazione lunga che non si può ridurre a uno snippet. Se c’è un consiglio, non è tecnico. È banale: provate a non misurarvi per un giorno. Vedrete che succede qualcosa di importante e scomodo.
Tabella riassuntiva
| Aspetto | Cosa significa |
|---|---|
| Memoria collettiva | Identità costruita su ricordi condivisi e non su post istantanei. |
| Rituali offline | Pratiche quotidiane che consolidano ruoli e appartenenza. |
| Reputazione professionale | Autorità guadagnata nel tempo attraverso lavoro e parola data. |
| Solitudine produttiva | Capacità di staccare e riflettere senza cercare conferme digitali. |
| Rischi | Autoreferenzialità e resistenza al cambiamento digitale. |
FAQ
Chi sono le persone a cui mi riferisco quando parlo di nati negli anni 60 e 70?
Mi riferisco a generazioni che hanno attraversato l’età adulta prima dell’esplosione dei social network. Hanno vissuto i passaggi tecnologici fondamentali ma non sono cresciuti con la cultura del feed. Questo non definisce caratteri universali ma tendenze comportamentali osservabili.
Vuol dire che i giovani non sanno chi sono?
No. I giovani costruiscono identità con strumenti diversi. Hanno accesso a reti più ampie e a una fluidità che può essere vantaggiosa. Il punto è che la dipendenza dalle conferme istantanee può rendere più difficile tollerare l’incertezza. La questione è il bilanciamento non la colpa.
È possibile recuperare alcune di queste pratiche oggi?
Sì ma non si torna indietro automaticamente. Si tratta di adottare abitudini come il confronto faccia a faccia, la pratica della memoria narrata e il tempo per riflettere senza interruzioni. Non sono ricette ma esercizi da praticare.
Qual è il ruolo della tecnologia in tutto questo?
La tecnologia è uno strumento potente con effetti ambivalenti. Può facilitare connessioni genuine ma anche ridurre la capacità di stare con se stessi. La scelta non è binaria: l’abilità sta nel modulare l’uso e coltivare spazi off line significativi.
Come posso capire se sto dipendendo troppo dalle conferme esterne?
Osserva la tua capacità di decidere senza aspettare un riscontro immediato. Se ogni scelta cerca un like come misura di valore, forse è il caso di rallentare. È un esercizio che non dà soluzioni immediate ma aiuta a ritrovare un orientamento personale.