Non è nostalgia spicciola. Non è nemmeno una critica di pancia rivolta ai giovani. È una questione di grammatiche emotive diverse. Chi è nato negli anni 60 e 70 ha imparato a misurare la vita con parametri che non si traducono facilmente in un numerino sotto una foto. Questo articolo prova a spiegare perché quel numero non ha lo stesso valore e perché, spesso, non suscita neppure la stessa curiosità.
Una scala di valori pre-digitale
Quando parlo con amici della mia età mi colpisce sempre la stessa cosa. Le discussioni sul lavoro, sull’amore, sulla stanchezza quotidiana hanno una dimensione lenta e stratificata che non chiede conferme istantanee. Le domande che si fanno sono concrete: hai finito il lavoro oggi, come sta tuo figlio, che musica ascolti quando sei triste. Non cercano approvazione visibile. Non perché siano immuni al giudizio ma perché il giudizio si è costruito nel tempo, non in tempo reale.
Memorie costruite offline
Le relazioni di quella generazione si sono formate in salotti, in piazze, in bar con il fumo nell’aria. Queste esperienze accumulano una massa critica di ricordi che pesa più di qualsiasi picco di visibilità digitale. La memoria collettiva personale contiene prove: incontri, litigi, promesse mantenute. Tutto questo non si misura con un like. Si valuta con il tempo che qualcuno dedica a te, con gli sforzi fatti per restare.
La resistenza non è sempre scelta
Diranno alcuni che ci sono persone nate negli anni 60 e 70 che usano i social come tutti gli altri. È vero. Ma c’è una soglia di sensibilità diversa. La presenza di una piattaforma non riscrive automaticamente la grammatica emotiva di una vita. Molti di quei nati hanno visto salire e scendere valori pubblici come se fossero maree. La scintilla dei like non è sufficiente a costruire fiducia durevole.
“Technology doesn’t just do things for us. It does things to us, changing not just what we do but who we are.” Sherry Turkle Associate Professor MIT.
La frase di Sherry Turkle non è una condanna delle tecnologie. È una constatazione: se una generazione è cresciuta a stretto contatto con oggetti e persone reali, l’entrata improvvisa di strumenti che amplificano e comprimono l’attenzione produce un effetto di disallineamento. Questo disallineamento non è sempre negativo ma spiega perché molti guardano i social con un misto di curiosità, sospetto e diffidenza.
La soglia dell’autenticità
Uno degli effetti meno studiati e più reali è l’idea che l’autenticità si costruisca nella routine. Per chi ha passato decenni a tessere relazioni personali e professionali dal vivo, la performance online sembra spesso troppo calibrata. L’autenticità per quella generazione è qualcosa di sporco e complesso: una vecchia ferita, una battuta detta male, un favore non restituito. I like non raccontano questo sporco, lo nascondono.
La misurazione del successo che non appare sul profilo
Un figlio che cresce bene, un rapporto di lavoro stabile, un amico che ti aiuta in un momento difficile. Queste misure non si monetizzano né si digitalizzano in modo immediato. Eppure hanno valore. Un lavoro di cura, una presenza costante, una promessa mantenuta sono misure di successo che chi è cresciuto negli anni 60 e 70 riconosce subito. Sono lenti, non virali, e proprio per questo resistono.
“Social capital refers to connections among individuals social networks and the norms of reciprocity and trustworthiness that arise from them.” Robert D Putnam Professor Harvard University.
Putnam ci ricorda che il capitale sociale non è un dato istantaneo. Non lo vedi nei numeri di una piattaforma. Lo vedi nelle reti che reggono una comunità, nella fiducia reciproca che permette ai progetti di sopravvivere. Per chi è nato negli anni 60 e 70, questo tipo di capitale spesso pesa più di una popolarità momentanea.
Non è moralismo è pragmatismo emotivo
Non sto dicendo che la generazione precedente sia migliore o più saggia. A volte è semplicemente stanca. Certe generazioni hanno imparato a distinguere tra rumore e segnale non per scelta politica ma per economia dell’attenzione. La vita ha costi e risorse. Investire energia in un feed che restituisce soddisfazione istantanea ma evanescente può sembrare uno spreco a chi ha imparato a contare il tempo in storie lunghe.
Un ritratto imperfetto
Ci sono eccezioni grandi e rumorose. Ci sono persone nate negli anni 60 e 70 che hanno fatto del digitale uno strumento potente per costruire comunità vere. Queste eccezioni però non cancellano una tendenza: la misura del valore personale è spesso spostata lontano dall’indicatore pubblico. È un modo di vivere che non esclude la tecnologia ma la subordina a un criterio diverso.
Perché questo importa anche ai giovani
Capire questa differenza non è esercizio antropologico sterile. È una lezione pratica. Se i giovani imparassero a integrare la velocità del digitale con la lentezza delle relazioni offline otterrebbero una resilienza emotiva maggiore. Non è una rinuncia ai like ma una riorganizzazione delle priorità. E poi, ammettiamolo, la vita è più ricca quando non tutto deve essere mostrato per esistere.
Piccoli silenzi illuminanti
Ho visto persone recuperare relazioni spezzate senza un post virale. Ho visto genitori che hanno smesso di contare reazioni e hanno ricominciato a parlare al tavolo della cucina. Non è romantico, è pragmatico. Sono gesti semplici che, se fatti con costanza, costruiscono qualcosa di solido. Non spiegano tutto. Non risolvono il futuro. Ma offrono un antidoto alla fame di convalida esterna.
La questione rimane aperta. Forse le generazioni future troveranno modi ibridi di misurare la vita. Forse il numero sotto una foto diventerà una misura di intimità. Non lo so. Quello che so è che chi è nato negli anni 60 e 70 continua a misurare la vita in modi che non si riducono a un clic.
Tabella sintetica delle idee chiave
| Idea | Perché conta |
|---|---|
| Memoria offline | Le relazioni accumulate dal vivo danno peso alle esperienze e non si valutano con like. |
| Capitale sociale | Le reti di fiducia sono lente ma resistenti e non misurabili dalle metriche digitali. |
| Soglia di autenticità | L’autenticità vissuta nella routine quotidiana è meno performativa del contenuto social. |
| Pragmatismo emotivo | Si preferisce investire tempo in relazioni che producono effetti concreti nel tempo. |
FAQ
1. Tutti i nati negli anni 60 e 70 pensano allo stesso modo sui social?
No. Esistono grandi variazioni individuali. La generazione fornisce cornici culturali comuni ma non uniforma i pensieri. Ci sono molti che amano i social e li usano intensamente. La differenza più evidente è la lentezza con cui certe convinzioni si formano. Le persone nate in quegli anni spesso elaborano giudizi dopo aver osservato a lungo gli effetti di una tendenza e non reagiscono con istintiva immediatezza.
2. È ragionevole aspettarsi un cambiamento nelle prossime generazioni?
Sì e no. Ogni generazione eredita strumenti nuovi ma li interpreta con mappe mentali parzialmente ereditate. Le prossime generazioni avranno più familiarità tecnica ma potrebbero anche recuperare elementi di lentezza e profondità. Le tecnologie cambiano rapidamente mentre le culture evolvono più lentamente. Quindi aspettarsi cambio totale in pochi anni è ingenuo ma immaginare ibridazioni è realistico.
3. Come si costruisce capitale sociale oggi?
Non esiste una formula unica. Alcuni lo costruiscono con gruppi di lavoro stabili, altri con associazioni territoriali o pratiche artistiche condivise. L’elemento comune è la ripetizione di interazioni di fiducia che non siano solo transazioni. Online questo si costruisce con comunità che praticano regole chiare e appuntamenti ripetuti nel tempo. Offline è fatto di presenza e di responsabilità reciproca.
4. I like sono sempre inutili?
No. I like possono offrire riconoscimento immediato e valorizzazione. Sono utili per visibilità e per creare segnali rapidi. Il punto è non confondere la funzione di un like con il valore che certi legami costruiscono in privato. Usare i like come unico metro di misura è riduttivo e può portare a decisioni emotive poco solide.
5. Cosa possono imparare i giovani da chi è nato negli anni 60 e 70?
Prima di tutto la pazienza nelle relazioni e l’apprezzamento del silenzio come luogo di maturazione emotiva. Non si tratta di rifiutare la tecnologia ma di imparare a dosarla. Anche la capacità di resistere alla performatività e di valutare la coerenza nel tempo sono lezioni preziose che una vita lunga offline può trasferire.
La conversazione resta aperta. Il confronto intergenerazionale può essere meno violento se accettiamo che misurare la vita è un atto culturale e personale e non una gara a clic.