Ho passato gli ultimi anni a parlare con persone nate in quegli anni e qualcosa mi colpisce sempre allo stesso modo. Non è nostalgia. Non è la visione idealizzata dei vinili o delle foto sbiadite. È la sensazione concreta che molti adulti che hanno vissuto l’infanzia negli anni 60 e 70 abbiano interiorizzato confini emotivi più solidi rispetto a chi è cresciuto in altri periodi. Questo pezzo non vuole santificare un decennio né condannare il presente. Voglio provare a spiegare perché quella generazione spesso ha imparato a delimitare sé stessa con maggiore chiarezza e cosa possiamo prendere da quell’eredità.
Un tempo in cui il confine era visibile
La nostra idea di confine emotivo non è nata dal nulla. Negli anni 60 e 70 le relazioni sociali e familiari venivano spesso regolate da codici non scritti ma rigidamente praticati. La discrezione era una norma pratica. Non era ipocrisia sistematica; era routine. Si parlava di problemi in stanze chiuse. Si proteggevano confessioni di dolore per paura di destabilizzare la casa. Quel modo di agire ha insegnato a molte persone una capacità che oggi chiamiamo limite: scegliere la misura giusta dell’esposizione emotiva.
La responsabilità domestica come palestra di confini
In molte famiglie di quel periodo i figli ricevevano compiti con confini precisi. La responsabilità era circoscritta e tangibile. Se ripensi a chi ha imparato a riparare una serratura o a prendersi cura di un fratello più piccolo capisci che le regole pratiche insegnavano anche un senso del perimetro personale. Non sto dicendo che fosse un paradiso. Anzi. Ma quel training quotidiano spesso si traduceva in adulti capaci di separare ciò che era loro da ciò che apparteneva agli altri.
La cultura della riservatezza come antidoto alla dissolvenza di sé
Oggi la trasparenza è quasi una religione digitale. Negli anni 60 e 70 la riservatezza non era performativa. Era un’abitudine appresa perché la privacy faceva parte della struttura sociale. Quel non esporre tutto ha dato a molte persone la pratica quotidiana di regolarsi. Si imparava a filtrare. Non sempre per cattiveria. Spesso per rispetto. Ma il risultato è stato un’autodisciplina nel gestire confini interni.
Una citazione che vale più di una generalizzazione
“When we fail to set boundaries and hold people accountable we feel used and mistreated.” Brené Brown Researcher and Professor at the University of Houston Graduate College of Social Work.
Non ho scelto questa frase per riempire il pezzo di parole d’ordine. È semplicemente una lente utile. Brown parla di responsabilità e confine come ingredienti necessari per relazioni sane. Guardando alle vite di chi ha sperimentato il mondo prima dell’ipercondivisione, la frase s’incastra e aiuta a mettere in prospettiva un fatto: il confine non è solo un divieto. È una regola che protegge dall’annullamento personale.
Le politiche sociali dell’epoca hanno modellato anche i confini
Le scuole, il lavoro, le istituzioni religiose e le strutture comunitarie degli anni 60 e 70 funzionavano spesso secondo ruoli più netti. Questo non significa che fossero giuste. Spesso erano ingiuste e segreganti. Però la coerenza di quei ruoli forniva mappe comportamentali chiare. Sapere chi era responsabile di cosa riduce l’ambiguità e facilita la definizione del proprio spazio personale.
Confini come pratiche rituali
Immagina una cena in cui c’erano regole precise su quando parlare e quando tacere. Quelle microcerimonie, ripetute quotidianamente, costruivano nei bambini una mappa di cosa era lecito esprimere e cosa no. Ripeto non era sempre sano. A volte era censura emotiva. Ma anche una censura costante insegna a contenere e a scegliere. Questo esercizio di contenimento è la base di un confine efficace.
Perché oggi sentiamo il vuoto
La contemporaneità ha spostato l’ago verso la trasparenza radicale e la frantumazione delle cerchie sociali. Non dico che tutto ciò sia negativo. Ci sono cose preziose nell’apertura. Però quando il confine largo e mobile diventa l’unico orizzonte perdiamo l’abilità di proteggere sé stessi. Il risultato è un aumento della fatica emotiva e della vulnerabilità performativa. Chi è stato educato a confini rigidi spesso si difende meglio da questa erosione.
Un paradosso che non risolvo del tutto
Vorrei poter dire che riportare i confini alla maniera degli anni 60 e 70 sia la soluzione. Non è così. Alcune regole di quel tempo erano oppressive. Però possiamo scegliere elementi utili senza ricostruire l’intero impianto. Il tema vero è la selezione. Non tutto del passato è buono. Ma alcune pratiche di disciplina emotiva meritano di essere riadattate con intelligenza.
Le lezioni pratiche che mi sento di suggerire
Non scriverò un manuale con dieci regole perché non credo ai dogmi. Posso però offrire spunti che provengono dall’osservazione diretta. Primo. Riconoscere le zone di responsabilità in una relazione. Secondo. Allenare la discrezione come abilità non come maschera. Terzo. Usare l’autorità personale per delimitare ciò che si condivide. Questo richiede coraggio ma non è eroismo. È semplice pratica quotidiana.
Una posizione personale
Io preferisco la via dell’apprendimento critico. Prendere il buono senza accettare il male. Imparare a dire no senza diventare rigidi. Questo è forse il punto più difficile. Molte persone nate negli anni 60 e 70 mostrano una gamma sorprendente di equilibrio tra fermezza e calore. Non è un miracolo. È frutto di addestramento sociale e di scelte ripetute.
Conclusione e anticipazioni
Non c’è un’unica causa che spiega perché gli adulti cresciuti negli anni 60 e 70 mostrino confini più netti. È un intreccio di consuetudini familiari, organizzazione sociale, pratiche educative e limiti culturali. Alcuni elementi erano limitanti e vanno lasciati indietro. Altri invece possono essere aggiornati e ripresi. Se la società vuole riabilitare il concetto di confine senza tornare indietro, deve scegliere consapevolmente quali parti dell’eredità recuperare.
Nel prossimo pezzo esplorerò storie di vita concreta che mostrano come questi confini si traducono nelle relazioni di coppia e nel mondo del lavoro. Non prometto soluzioni definitive. Solo storie e strumenti che possono funzionare. A volte è tutto quello che serve per iniziare a tracciare il proprio perimetro.
Tabella riassuntiva
| Idea chiave | Perché conta |
|---|---|
| Riservatezza quotidiana | Allena la capacità di filtrare e proteggere sé stessi |
| Ruoli sociali coerenti | Forniscono mappe comportamentali che semplificano le responsabilità |
| Responsabilità domestiche | Offrono esercizio pratico nella definizione dei confini |
| Selezione critica | Permette di recuperare il utile senza riportare il passato intatto |
FAQ
1. I confini degli anni 60 e 70 erano sempre sani?
No. Spesso coincidevano con dinamiche oppressive soprattutto verso donne e minoranze. La mia tesi non è che fossero perfetti ma che contenevano pratiche di delimitazione dell Io che possono essere ripensate e aggiornate. Il punto è districare principi utili da pratiche ingiuste.
2. Possiamo insegnare oggi la stessa capacità di confine?
Sì ma non copiando letteralmente il passato. Occorre reimparare la discrezione come abilità pratica. Si tratta di esercizi quotidiani. Stabilire orari di non connessione. Parlare con i figli di responsabilità concrete. Allenare la misura nella condivisione emotiva. Non è retrocedere. È adattare una competenza a contesto diverso.
3. I confini rigidi non rischiano di diventare muri?
Possono. La linea sottile tra limite utile e isolamento è reale. Per questo serve equilibrio. Un confine sano è permeabile quando serve e impermeabile quando serve. La qualità della permeabilità è ciò che distingue un confine che salva da uno che ferisce.
4. Che ruolo hanno le istituzioni nel modellare i confini?
Le scuole, il lavoro e le comunità impongono spesso regole che definiscono ruoli e responsabilità. Quando queste istituzioni sono coerenti e rispettose creano mappe che aiutano le persone a stabilire i propri limiti. Quando sono contraddittorie generano confusione e sfiducia.
5. Cosa dovrei fare ora se voglio migliorare i miei confini?
Inizia osservando dove senti svuotato o invaso. Prova a tracciare una piccola regola pratica per quella situazione. Testala per una settimana. Valuta l’effetto. Non serve una rivoluzione. Serve pratica costante e la capacità di aggiustare il tiro.