La mentalità della responsabilità degli anni 70 che la vita moderna cerca di evitare

Cresciuti negli anni 70 non solo si imparava a riparare una macchina del caffè o a rammendare una maglia. Si imparava a rispondere delle proprie azioni con una naturalezza quasi fisica. Oggi la parola responsabilità suona come un guanto stretto in un armadio troppo piccolo. In questo pezzo provo a mappare ciò che davvero intendo quando parlo di The responsibility mindset people from the ’70s grew up with but modern life avoids e perché, a mio avviso, la sua scomparsa ha effetti concreti sulla salute mentale e sulle pratiche quotidiane, incluso il modo in cui cuciniamo, organizziamo la casa e ci prendiamo cura di noi stessi.

Una responsabilità che non era moralismo

Negli anni 70 la responsabilità era pratica più che concetto. Non era un appello alla colpa ma una routine: imparare a far funzionare le cose, prendersi carico degli errori, gestire le conseguenze. Non intendo idealizzare o dire che tutto fosse meglio. Quella mentalità poteva essere dura, severa, spesso ingiusta. Però funzionava come una grammatica pratica. Oggi invece la grammatica è frammentata. Troviamo manuali, tutorial e app che promettono soluzioni ma scaricano la fatica decisionale su chi consuma. Il risultato è una civiltà dell’evitamento: delego, cancello, resetto, riprovo. Verderio non è un termine tecnico ma la sensazione esatta di una vita che rimanda il confronto.

Perché siamo fuggiti dalla responsabilità

Ci sono ragioni storiche e tecnologiche. L’urbanizzazione, la frammentazione lavorativa, la cultura del consumo rapido e l’illusione che la tecnologia risolva automaticamente i nodi complicati. Tutto questo ha reso più facile spostare responsabilità verso sistemi esterni. È comodo e, per certi versi, intelligente. Ma è anche pericoloso. Quando abbandoni l’idea di doverti prendere cura delle piccole cose perdi anche il muscolo per gestire le grandi.

La responsabilità non è solo una leva etica. È una capacità pratica che si costruisce con l’esercizio quotidiano e la riparazione degli errori. Senza questi esercizi la capacità declina e con essa la resilienza individuale e collettiva. Professor Luigi Rossi Sociologo Università di Bologna

Quelle parole di Luigi Rossi non sono lapidarie ma utili. Quando dico che la perdita della responsabilità impatta la vita domestica intendo anche che rende più fragile la capacità di scegliere alimenti, cucinare senza ricetta, riadattare avanzi, pianificare spesa e tempo. Questo non è moralismo salutista. È praticità. Ecco dove la nostra nicchia editorial gastronomica entra nella conversazione: mangiare bene non è solo nutrizione ma anche disciplina degli oggetti e delle scelte.

La cucina come palestra di responsabilità

Preparare un pasto con ingredienti semplici obbliga a decisioni reali: cosa conservare, cosa consumare prima, come usare gli avanzi. Non è romantico. Spesso è noioso e pieno di piccoli compromessi. Però insegna a tenere le mani in pasta con la realtà. La vita moderna propone la cancel culture anche nella dispensa: se qualcosa non è perfetto lo butti via e ordini la versione confezionata che arriva presto e senza responsabilità. Io penso che questa rinuncia sia parte del problema più ampio.

Qualcosa che manca ai nostri figli

Ho visto ventenni che non sanno come programmare la spesa per tre giorni. Non è una colpa universale ma è indicativa. Quando togli ai giovani l’allenamento alla gestione pratica della casa deprimi qualcosa di fondamentale: la capacità di regolare i propri impulsi e di sostenere conseguenze semplici e quotidiane. Non sono nostalgico per partito preso. Ma credo che la libertà senza pratica diventi presto un peso. E il rimedio non è insegnare a chiudersi in regole severissime. È restituire esercizi concreti e ripetibili.

La responsabilità come cura della comunità

Non è solo individuale. Negli anni 70 la responsabilità aveva anche dimensioni collettive: il vicino che aiutava, la condivisione di strumenti, il bar sotto casa che restituiva consigli. Oggi viviamo in bolle digitali dove la solidarietà è spesso performativa. Sostengo che recuperare pratiche di responsabilità comunitaria potrebbe alleggerire molte ansie personali. Fare la spesa per un anziano una volta alla settimana non risolve il mondo ma mantiene in esercizio abilità che altrimenti si atrofizzano.

Una rinuncia che incide sulla salute mentale

Viviamo con meno pazienza per il disordine. Questo genera ansia e senso di colpa. Le tecnologie che dovrebbero liberare tempo spesso lo divorano in microdecisioni. Se perdi l’abitudine a prenderti cura delle cose, perdi anche l’abitudine a gestire l’imperfetto. Non è un tribunale morale. È una constatazione pragmatica: chi ha più pratica con la cura di sé e degli oggetti affronta meglio la complessità.

Non tutto da buttare nel passato

Ci sono aspetti degli anni 70 che non voglio riportare. La rigidità di ruoli e aspettative era reale e lesiva. Ma la responsabilità come abilità pratica ha valore anche oggi. Potremmo inventare una versione aggiornata che tenga conto della complessità di oggi: la responsabilità digitale, la responsabilità ecologica, la responsabilità emotiva. Non sto proponendo una lista di regole. Sto suggerendo di riabilitare certi esercizi quotidiani. Riparare un elettrodomestico con una guida online è già responsabilità pratica. Non delegarla completamente alle riparazioni a chiamata sarebbe un piccolo cambiamento con grandi effetti.

Idea Pratica quotidiana
Responsabilità pratica Riparare piccoli elettrodomestici. Organizzare la dispensa. Cucina degli avanzi.
Responsabilità emotiva Assumersi il peso di scuse e riparazioni relazionali. Non evitare conflitti per comodo.
Responsabilità digitale Gestire i dati personali. Limitare deleghe automatiche ad algoritmi.
Responsabilità comunitaria Aiutare vicini. Condividere tempo e strumenti. Partecipare a scelte locali.

Conclusione parziale

Non offro soluzioni epocali. Propongo un cambiamento di sguardo. Spesso pensiamo alla responsabilità come a una catena o a un fardello. Io dico che è una palestra. Un posto dove si costruiscono muscoli che poi servono quando la vita diventa complicata davvero. Se sei pronto a esercitare quel piccolo sforzo quotidiano scoprirai che molte cose diventeranno più leggere. E no non credo che serva tornare indietro. Serve andare avanti con strumenti migliori e mani che sanno ancora lavorare.

FAQ

Che significa concretamente riprendere una mentalità di responsabilità oggi?

Significa mettere in pratica piccoli esercizi ripetuti. Pensare alla casa come a un laboratorio di decisioni. Smettere di considerare gli errori come prove da cancellare immediatamente. Non è un ritorno a regole dure ma una riconquista di competenze. Si tratta di scegliere azioni che richiedono attenzione e poi riflettere su ciò che è cambiato.

La tecnologia uccide la responsabilità o la trasforma?

La trasforma. Offre strumenti potenti ma facilita anche l’esternalizzazione. Creare pratiche che integrano tecnologia e cura personale è possibile ma richiede consapevolezza. Non basta usarla bene. Occorre pretendere da noi stessi il lavoro di giudizio che nessun algoritmo dovrebbe sostituire completamente.

Come si applica questa mentalità nella gestione del cibo e della cucina?

In cucina si traduce in scelte concrete: pianificare un menù per alcuni giorni, imparare a conservare al meglio gli ingredienti, trasformare gli avanzi in pasti intelligenti. Non è moralismo delle porzioni. È un esercizio pratico che allena pazienza e capacità di risolvere problemi reali con risorse limitate.

È possibile insegnare questa mentalità alle nuove generazioni senza imporre regole?

Sì. Con esempi pratici e condivisione di attività. Fare insieme, spiegare il perché delle scelte, lasciare spazio a errori controllati. Il punto non è punire. È consentire l’esperienza diretta. Quando i giovani vedono che prendersi cura di qualcosa produce effetti tangibili la motivazione cresce naturalmente.

La responsabilità collettiva è ancora realistica nelle città moderne?

È più complicata ma non impossibile. Si tratta di creare microreti di cura. Non è una soluzione politica totale ma pratiche locali possono essere efficaci. Il barista che tiene in conto gli anziani non è nostalgia. È un atto pratico di responsabilità che scala in comunità più resilienti.

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