La Marina ha speso 13 billion per una portaerei nuova e ancora non riesce a far funzionare bene i gabinetti

La storia suona quasi ridicola se non fosse che riguarda migliaia di persone che vivono per mesi in uno spazio chiuso, sotto stress, e dipendono da sistemi progettati per non fallire. La portaerei protagonista della vicenda è la USS Gerald R. Ford, nave ammiraglia di una generazione tecnologica: catapulte elettromagnetiche, piatti radar moderni, reattori nucleari. Di contro, il cuore biologico della vita a bordo, il sistema di gestione dei rifiuti umani, continua a dare problemi regolari. Questo pezzo prova a spiegare perché e a ricordare cosa significa quando la tecnologia «avanzata» inciampa su qualcosa di così prosaico come una valvola o una tubazione stretta.

Perché questa notizia ci interessa davvero

Non è gossip: è una questione di operatività, morale dell’equipaggio e logistica navale. L’attenzione pubblica si concentra spesso sulle capacità di combattimento e sui costi esorbitanti, ma quello che succede nella vita quotidiana a bordo rivela la distanza tra progetto e realtà. Il sistema incriminato è il VCHT, Vacuum Collection, Holding and Transfer: una tecnologia di raccolta a vuoto, adottata in parte dall’industria delle navi da crociera per risparmiare acqua. A prima vista sembrava una buona idea. A bordo della Ford è diventata una fonte continua di guasti che, secondo i documenti interni, richiedono chiamate di assistenza quasi quotidiane dal 2023.

La questione tecnica — e non solo tecnica

Il VCHT usa tubi molto più stretti di quelli tradizionali e pompe a vuoto per trasportare i rifiuti. Con meno acqua si riducono peso e consumo, e teoricamente si guadagna spazio. Ma uscire dalla logica del modello solo per risparmiare acqua significa dover accettare tolleranze minime: niente pezzi di stoffa, niente asciugamani, niente carta non idonea. Quando a bordo vivono migliaia di persone, alcune inesperte e sotto stress, la probabilità di introdurre «materiale estraneo» nel sistema sale rapidissima. E questo accentua un problema progettuale che risale a studi e segnalazioni fatte già anni fa, in cui le tubazioni sono state giudicate sottodimensionate per il carico umano previsto.

Il ritmo dei guasti e la vita quotidiana a bordo

I numeri filtrati dalle email interne non sono gentili: decine di richieste di assistenza esterna dal 2023, picchi di centinaia di guasti in pochi giorni, e costi non banali quando serve un lavaggio chimico. Il calcare si accumula nelle parti basse della rete, le valvole di controllo possono allentarsi e se si stacca una valvola in un settore, tutte le toilette di quella zona perdono la pressione. Quando succede, le comunicazioni interne diventano brucianti e pratiche: avvisi con orari in cui «se avete bisogno, andate ora», o la nota che il reparto manutenzione sta lavorando anche 19 ore al giorno per tamponare la situazione.

Se pensate sia un problema di semplice educazione, non è così. Chi ha progettato la nave sembra aver contato su comportamenti ideali degli utenti. La realtà mostra che i sistemi navali devono essere robusti a errori, non presupporre l’assenza di errori. Qui si è scelto di privilegiare l’efficienza idrica e la compattezza, a scapito della tolleranza al malfunzionamento umano e alle incrostazioni chimiche.

Il costo delle riparazioni «drastiche»

Quando il problema diventa ingestibile, la soluzione è l’acid flush: un lavaggio chimico che rimuove i depositi calcarei ma può essere effettuato soltanto in porto. Ogni intervento è costoso e complesso, e la sua natura lo rende inattuabile durante lunghi periodi in mare. Di conseguenza le riparazioni diventano una costante buca di spesa e un vincolo operativo: se la nave deve rientrare per manutenzione, modifica la sua capacità di essere presente in teatro.

“This is the first shakedown of a new class of US aircraft carrier in four decades. We have a unique opportunity in this PSA to lay a solid foundation for the following ships of the class.”
Rear Adm. Brian Antonio, Program Executive Officer for Aircraft Carriers, Naval Sea Systems Command.

Il tono della citazione è costruttivo, tuttavia nasconde un’amara verità: quando la prima unità di una classe sperimenta problemi, le soluzioni richiedono tempo e risorse. Le successive navi spesso ereditano il progetto, salvo correzioni che possono tardare anni. E nel frattempo c’è gente che convive con tubi intasati.

Responsabilità progettuale, filiera e cultura organizzativa

Qui non si tratta soltanto di un episodio tecnico ma di come la macchina degli appalti, della progettazione e della manutenzione reagisce alla realtà. La filiera che va dall’ufficio progettazione al cantiere, passando per chi esegue la manutenzione e chi addestra l’equipaggio, mostra frizioni: scelte fatte sulla carta che non tengono conto del fattore umano né delle condizioni operative estreme. La critica che emerge non è tecnicista: è politica, morale e manageriale.

Personalmente, ritengo che i grandi progetti militari spesso siano vittime di due errori paralleli: l’innamoramento delle soluzioni tecnologiche e la sottovalutazione della complessità dell’uso quotidiano. Se il sistema non è robusto ai comportamenti concreti della gente a bordo, l’innovazione diventa un lusso pericoloso.

Cosa si può imparare qui, oltre al sarcasmo freddo?

Prima le persone. Lo dico con chiarezza: l’affidabilità operativa dovrebbe essere il parametro principale, non la priorità secondaria. Se una tecnologia richiede condizioni ideali per funzionare, allora non è una soluzione matura per una nave che resta in mare mesi di fila. Per dire: sulle auto si fanno crash test; sulle navi servirebbero «stress test d’uso» che includano il comportamento umano, errori e materiali impropri introdotti per sbaglio.

Non è un caso che la prima implementazione sia sempre la più rischiosa. È anche colpa di una cultura che premia la nuova funzione nelle specifiche tecniche ma non controlla quanto sia tollerante agli errori. Siamo di fronte a una lezione che vale per la marina, per la pubblica amministrazione e per l’industria: la resilienza pratica ha valore più alto della purezza del progetto.

Conclusione aperta

La vicenda della portaerei e dei suoi gabinetti non è una barzelletta: è un piccolo banco di prova per capire se la macchina militare riesce a trasformare le lezioni del campo in cambiamenti rapidi. Per ora il problema rimane, il prezzo è alto, e il personale paga il conto quotidiano. Non tutto può essere corretto con una nota ufficiale: in qualche caso servono scelte progettuali coraggiose e investimenti mirati, oppure ammissioni più umili da parte dei decisori che si sono fidati troppo della teoria.

Chi legge può restare irritato, divertito o semplicemente rattristato. Io provo un mix: ammirazione per la scala della nave, stizza per l’ingenuità di certi calcoli e compassione per chi, in fondo, deve convivere con guasti banali che però rendono la vita a bordo più dura del necessario. La storia non è finita; le modifiche arriveranno, forse. O forse si continuerà a tamponare. Nel frattempo, qualcuno dovrà spiegare cosa succede quando l’eleganza progettuale collide con la realtà sudata di una cuccetta chiusa d’inverno.

Riepilogo sintetico

Problema Impatto Soluzione temporanea
Sistema VCHT sottodimensionato Guasti frequenti; zone senza servizi Interventi locali, acid flush in porto
Depositi calcarei e materiali estranei Blocchi e sovraccarico manutentivo Lavaggi chimici in porto; istruzioni d’uso
Progettazione ereditaria per navi successive Rischio di replicare errori su altre unità Aggiornamenti durante manutenzioni programmate

FAQ

Perché i sistemi a vuoto vengono scelti sulle navi moderne?

I sistemi a vuoto come il VCHT sono scelti per ridurre il consumo d’acqua, semplificare lo stoccaggio dei rifiuti e alleggerire la nave. Su carta offrono vantaggi logistici e ambientali. Tuttavia, richiedono componentistica precisa e tolleranza minima per materiali estranei e depositi. Su navi con grande popolazione a bordo la scelta impone una robustezza che, se non prevista, genera problemi ripetuti.

Perché non si può fare l’acid flush in mare?

L’acid flush è una procedura complessa che comporta la gestione di sostanze chimiche corrosive e il controllo dei reflui: è eseguibile solo in strutture portuali attrezzate per il trattamento e lo smaltimento in sicurezza. Per motivi ambientali e operativi quindi la procedura è limitata ai porti, il che rende complicata la gestione di guasti ripetuti durante lunghe missioni.

Le successive portaerei della stessa classe avranno lo stesso problema?

Non necessariamente, ma c’è il rischio concreto che il progetto venga replicato se le modifiche non vengono fatte in tempo. Spesso la prima unità di una nuova classe serve da banco di prova: le correzioni vengono pianificate, ma possono richiedere tempo e fondi. La velocità e la qualità degli interventi dipendono da priorità operative e budget.

Quanto influisce questo sulle capacità operative della nave?

Secondo le comunicazioni ufficiali, il sistema VCHT non ha compromesso la capacità di missione della nave in senso militare, ma ha un impatto reale sul benessere dell’equipaggio, sulla frequenza delle riparazioni e sulla logistica di manutenzione. Questi aspetti, sommati, possono influenzare la sostenibilità della presenza prolungata in aree critiche.

Cosa possono fare gli equipaggi per ridurre i guasti?

Le misure pratiche includono una formazione più efficace sull’uso corretto delle strutture, comunicazioni chiare su cosa non introdurre nel sistema e protocolli di manutenzione preventiva. Tuttavia tali misure non sostituiscono una soluzione progettuale più tollerante: sono mitigazioni, non cure definitive.

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