È una delle storie ambientali più ambiziose che il mondo abbia visto negli ultimi decenni: cancelli verdi che si allungano per migliaia di chilometri, milioni di piante messe in fila, tecnologie che vanno dai droni seminatori alle griglie di stuoie di paglia che fermano la sabbia. Quando si parla della Great Green Wall cinese, o del Programma della Foresta di Riparo delle Tre Nord, la reazione comune è una mistura di ammirazione e scetticismo. E io, che seguo progetti di sostenibilità e cucina sana da anni, non posso che interessarmi: il paesaggio cambia anche dove si coltiva il cibo, e la portata di questa trasformazione merita di essere capita al di là dei titoli.
Il progetto in poche parole
La Cina ha piantato decine di miliardi di alberi dal 1978 e dichiara l’obiettivo di arrivare a una cintura verde che rallenti l’avanzata del Gobi e del Taklamakan. Numeri ufficiali parlano già di oltre sessanta miliardi di alberi piantati e altri piani per decine di miliardi ancora. L’intento non è solo estetico: ridurre tempeste di sabbia, stabilizzare il suolo, creare microclimi più favorevoli all’agricoltura nelle aree di confine tra steppa e deserto.
Perché questo non è solo un progetto di alberi
Accanto ai filari di piantine c’è una tecnologia che molti non immaginano: sensori per il suolo, irrigazione mirata, colture alternative come il goji nero e il giuggiolo coltivati per dare reddito locale, oltre a fotovoltaico che modifica il microclima. È un approccio ibrido, di ingegneria sociale ed ecologica insieme. Non è detto che tutto funzioni, però la scala è tale che anche piccoli miglioramenti diventano visibili dallo spazio.
Successi concreti e le ombre dietro i numeri
Sì, ci sono successi. Zone aride hanno mostrato una riduzione degli accumuli di dune mobili; alcune tempeste di sabbia sembrano meno intense. Ma la storia è meno lineare di quanto i pannelli celebrativi dello stato possano raccontare. Molti frammenti del progetto si reggono su monoculture fragili di pioppi e salici che consumano acqua. Quando la falda è bassa o la pianta non è adatta, la sopravvivenza è bassa e il lavoro va ripetuto. Questo è costoso e non sempre sostenibile sul lungo termine.
“La scala dell’impresa è impressionante, ma la vera domanda è: quale tipo di foresta stiamo costruendo? Se la risposta è una foresta artificiale dipendente da acqua e cure intensive, allora stiamo semplicemente traslando il problema.”
Dr. Li Ming, Ecologo, Istituto Cinese di Ecologia e Ambienti Terrestri
La citazione di un esperto ci ricorda che le foreste naturali non si sostituiscono con facilità. Il miglioramento della copertura forestale non equivale automaticamente a recupero degli ecosistemi o ad aumento duraturo della biodiversità.
Imparare dalla pratica: tecniche che funzionano davvero
In luoghi dove si è puntato su specie autoctone, su tecniche di coltura a basso consumo idrico e su agricolture integrate, la sopravvivenza è più alta e la comunità locale trae guadagno. Dove invece si sono impiantati solo alberi a crescita veloce per compiacere le statistiche, la mortalità è stata imponente. L’innovazione che più mi ha colpito è l’uso di droni seminatori con capsule nutrienti e di pannelli solari usati per creare ombreggiamento e trattenere umidità. Non è magia, è ingegneria adattiva.
Perché non possiamo essere né entusiasti né fatalisti
È comodo fare due righe di retorica: la Cina pianta alberi, il mondo esulta; oppure: tutto è greenwashing. La realtà è più scomoda. Un’azione a questa scala produce effetti multipli: economici, idrici, sociali. Alcuni villaggi hanno visto nuove opportunità agricole e redditi da colture alternative; in altri, lo spostamento di risorse idriche per sostenere le piantagioni ha creato stress sulle riserve d’acqua. Qual è la bilancia giusta? Non c’è formula unica.
Opinione personale: non credere alle soluzioni taglia unica
Mi infastidisce quando un progetto diventa un’ideologia. Piantare alberi è utile, ma non è la panacea. Vorrei vedere più conducibilità dei dati, più studi indipendenti sui flussi idrici, e una maggiore partecipazione delle comunità locali nella scelta delle specie e dei modelli di gestione. La scala del progetto lo rende inevitabilmente politico, e questo complica qualsiasi valutazione puramente tecnica.
Implicazioni globali e insegnamenti pratici
La China’s Great Green Wall non è solo un progetto nazionale: è un banco di prova per chiunque voglia combattere la desertificazione su vasta scala. Dà lezioni su come combinare tecniche tradizionali con innovazioni come la tecnologia di monitoraggio. E ci consegna un problema: replicare la scala senza ripetere gli stessi errori richiede capacità istituzionali, dati aperti e la volontà di cambiare rotta quando qualcosa non funziona.
Un paradosso che resta aperto
Il paradosso è che una stessa azione può essere sia soluzione che problema a seconda di come viene progettata e gestita. La Grande Muraglia Verde cinese può rallentare il deserto, ma può anche consumare acqua preziosa, impoverire la biodiversità locale o diventare una statistica utile per la propaganda. Restano molti buchi neri di conoscenza; il lavoro dei prossimi anni sarà capire quali parti del mosaico funzionano davvero e possono essere replicate, e quali invece vanno ripensate.
Conclusione
Non penso che la risposta sia rinunciare a piantare. Penso che la risposta sia cambiare l’approccio: più diversità di specie, più integrazione con le economie locali, più trasparenza nei dati e più studi indipendenti. La grandezza dell’impresa ci obbliga a essere onesti: se questo tentativo fallisce non sarà per una mancanza di sforzo, ma per scelte sbagliate. Se invece funzionerà, sarà perché il progetto ha saputo mutare mentre veniva realizzato, imparando dai propri errori.
| Voce | Sintesi |
|---|---|
| Obiettivo | Creare una cintura verde di migliaia di chilometri per rallentare desertificazione |
| Scala | Decine di miliardi di alberi già piantati; piani per altri miliardi fino al 2050 |
| Punti di forza | Tecnologie di supporto, integrazione con attività economiche locali, visibilità internazionale |
| Rischi | Monoculture, consumo idrico, mortalità delle piantine, problemi di biodiversità |
| Linea d’azione consigliata | Aumentare specie autoctone, coinvolgere comunità, rendere pubblici i dati e finanziare studi indipendenti |
FAQ
1. Che cosa è esattamente la “Great Green Wall” cinese?
È il nome usato per descrivere il Programma della Foresta di Riparo delle Tre Nord, una vasta iniziativa di piantumazione avviata nel 1978 con l’obiettivo di contrastare l’espansione dei deserti nordoccidentali della Cina. Include la creazione di filari e fasce di alberi, arbusti e piantagioni destinate a fermare il vento e stabilizzare il suolo.
2. Piantare alberi funziona davvero contro la desertificazione?
Può funzionare, ma non sempre. L’efficacia dipende da specie scelte, gestione dell’acqua, tecniche di piantagione e condizioni locali. Dove sono usate specie autoctone e pratiche a basso consumo di acqua, i risultati tendono a essere migliori. Dove prevalgono le soluzioni rapide e monotone, il rischio di fallimento aumenta.
3. Quali sono i rischi ambientali legati a progetti così grandi?
I rischi includono il consumo eccessivo di risorse idriche, la perdita di biodiversità quando si piantano monoculture, e la dipendenza da interventi umani costosi per mantenere le piantagioni. Ci sono poi rischi sociali quando la gestione equivale a trasferire risorse lontano dalle comunità locali.
4. Cosa possiamo imparare dall’esperienza cinese per altri progetti contro la desertificazione?
Che la scala è importante ma non basta. Bisogna combinare tecnologie moderne con conoscenze locali, scegliere specie adeguate e diversificate, monitorare costantemente i dati e permettere correzioni di rotta. La partecipazione delle comunità locali e la trasparenza dei risultati sono elementi chiave per evitare errori ripetuti.
5. Ci sono alternative alla piantumazione massiccia?
Sì. Tra le alternative utili ci sono pratiche di conservazione del suolo, agricoltura rigenerativa, gestione oculata del pascolo, e soluzioni che lavorano su piccola scala ma con alta resilienza ecologica. Spesso le migliori risposte combinano più strumenti invece di puntare tutto su un’unica strategia.