Come crescere negli anni 60 e 70 ha formato un io personale più solido

Crescere negli anni 60 e 70 non è stato un passatempo nostalgico per chi oggi è over cinquanta e oltre. È stata una fucina lenta e impura di identità personali. Non dico che fosse migliore a prescindere. Dico che l’ambiente e la pressione sociale di quell’epoca hanno prodotto una forma di sé meno plastica e più riconoscibile, spesso basata su pratiche quotidiane che oggi sembrano irrimediabilmente arcaiche ma che allora costruivano confini netti.

La materia prima: routine limitate e scelte ristrette

Negli anni 60 e 70 la vita aveva meno interrutpioni informativi. La famiglia, la scuola, la parrocchia o il circolo sportivo erano gli archi di riferimento principali. Se questo suona restrittivo, è perché lo era. Ma quella restrizione obbligava a definire sé stessi attraverso scelte ripetute almeno una volta al giorno: andare a lavorare in un certo modo, partecipare a rituali locali, assumersi ruoli definiti. Quella ripetizione seminava visibilità di sé e coerenza narrativa.

Un approccio pratico alla formazione dell io

Non era filosofia astratta. Era il modo in cui si aggiustava la bicicletta con il nonno, la scelta di imparare un mestiere, il modo in cui un gruppo di amici si riconosceva per un alias o per un capo di abbigliamento. Queste pratiche producevano una specie di ossatura: se ti alzavi ogni giorno e facevi certe cose eri percepito come quel tipo di persona e, col tempo, finivi per accettare quella percezione come parte centrale di te.

Crisi ed esplorazione senza sovraccarico mediatico

Un elemento frequentemente sottovalutato è la qualità dell esplorazione. Gli adolescenti degli anni 60 e 70 esploravano dentro limiti sociali meno rumorosi. Cioè gli spazi di sperimentazione c erano ma non erano ininterrottamente comparati via una sfilza infinita di stimoli. Questo ha cambiato il carattere dell esplorazione stessa. Era più profonda e meno performativa. Si poteva sbagliare senza che il mondo intero lo sapesse il minuto dopo.

“Crisis refers to times during adolescence when the individual seems to be actively involved in choosing among alternative occupations and beliefs.” James E. Marcia Clinical psychologist former professor at Simon Fraser University and State University of New York at Buffalo.

Marcia sintetizza bene una dinamica che ho visto raccontata mille volte da genitori e amici nati in quegli anni. La crisi non era scatenata dai like o dalle immagini impossibili da raggiungere. Era interna, viscerale, collegata a scelte concrete come partire per cercare lavoro in un altra città o restare a difendere il negozio di famiglia.

Il ruolo del lavoro e del mestiere nella definizione del sè

Nel mio giro di conversazioni con persone nate in quegli anni emerge un refrain: il lavoro come specchio. Non era raro che l identità fosse coestensiva al mestiere. Il fatto che tu fossi meccanico, insegnante o operaio costituiva una porzione rilevante del racconto che facevi di te. Oggi la frammentazione del lavoro e l economia dei lavoretti spesso spezzano quella continuità narrativa, lasciando molti senza un filo conduttore percepibile.

Perché questo conta ancora

Non sto idealizzando la rigidità. Sto osservando che una parte di quella costruzione ha prodotto persone con un senso stabile di sé, capaci di rispondere a eventi imprevisti con una bussola che non era solo emotiva ma anche pratica. Non tutte le identità coese sono virtuose. Alcune sono chiuse, impermeabili al cambiamento. Ma molte hanno resistito al tempo proprio grazie a quella struttura iniziale.

La comunità come specchio e freno

La comunità in quel periodo funzionava sia come specchio che come freno. Ti offriva un riconoscimento rapido ma imponeva anche standard. Era un meccanismo di controllo sociale che può apparire soffocante, ma che limitava anche la dispersione identitaria. La domanda è: cosa è preferibile oggi? Libertà totale a scapito di radici morbide o limiti che costruiscono una mappa più nitida del sé? Io prendo posizione: le radici non devono diventare catene, ma la loro assenza totale non è sempre emancipazione.

Affetti e autorità: una relazione complicata

Una differenza che colpisce è il modo in cui la figura genitoriale è stata interiorizzata. Nei 60 e 70 la figura adulta poteva essere autorità ma anche testimone di competenze pratiche. Questo creava una struttura narrativa del passato che la persona poteva riusare per costruire il futuro. Oggi molte persone crescono con adulti che sono più spesso coetanei nei modi e questo ha vantaggi ma anche costi: la delega di modelli e la difficoltà a integrare una genealogia emotiva coerente.

Insicurezze e resilienza

Un fenomeno che osservo è che la generazione nata in quegli anni ha spesso una resilienza legata a competenze tangibili e a storie familiari che parlano di sopravvivenza concreta. Non è un racconto di eroismo ma di abitudini ripetute che forniscono strumenti per gestire l incerto. Questo non produce immunità emotiva ma un repertorio pratico che funge da ancora.

Non tutto è trasferibile e non tutto è desiderabile

Non suggerisco di replicare pedissequamente quei contesti. Molte delle norme sociali di allora erano ingiuste e opprimenti. Il mio argomento è più sottile: capire come certe condizioni storiche favorirono processi psicologici che oggi mancano. È utile recuperare tecniche e pratiche senza ricadere nelle stesse rigidità. Per esempio la pratica di fare qualcosa insieme alla famiglia ogni giorno genera tessuto sociale e non è una minaccia alla libertà individuale.

Riflessione finale aperta

Se hai passato l infanzia in quegli anni potresti trovare questo pezzo fastidioso o consolatorio. Io credo che il punto non sia la nostalgia ma la cura della trama identitaria: capire cosa funziona e cosa no. La sfida è creare oggi spazi che diano sufficiente coerenza senza soffocare la possibilità di reinvenzione. Non ho risposte definitive. Ho osservazioni che non vanno d accordo tra loro e mi piace che sia così.

Tabella riepilogativa

Elemento Come funzionava negli anni 60 70 Lezione utile oggi
Routine e ripetizione Creavano coerenza identitaria Integrare rituali quotidiani non performativi
Limiti sociali Fornivano confini chiari Offrire limiti scelti che favoriscano sicurezza
Ruolo del lavoro Lavoro come specchio dell io Rimappare narrazioni professionali più lunghe
Esplorazione Meno mediata dai media Proteggere spazi di prova discreti

FAQ

Perché gli anni 60 e 70 formavano identità più solide?

Perché l ambiente sociale offriva meno stimoli frammentari e più pratiche ripetute e riconoscibili. La coerenza narrativa veniva costruita attraverso gesti concreti e ruoli stabiliti. Questo non significa che tutte le identità fossero sane ma che erano, spesso, più coerenti nel tempo.

Questa nostalgia è utile per il presente?

Può esserlo se si estraggono pratiche replicabili come rituali familiari o apprendistati pratici. Se diventa idealizzazione invece è controproducente. La proposta è sperimentare elementi funzionali senza riproporre le ingiustizie del passato.

Come possono i giovani di oggi recuperare coerenza identitaria?

Creando piccoli archi di continuità pratica. Non serve un lavoro per tutta la vita. Serve qualcosa che permetta di ripetersi e di vedere i frutti della propria attività. Fare un mestiere per un periodo consistente o coltivare un progetto comunitario sono esempi pratici.

Le differenze culturali tra Italia e altri paesi influenzano questo processo?

Sì. La presenza di reti familiari forti in molte regioni italiane ha accentuato la componente comunitaria. Ma la dinamica fondamentale resta: contesti che offrono riconoscimento e ruoli ripetuti tendono a sostenere una narrativa identitaria più coesa.

È possibile conciliare la fluidità contemporanea con la solidità del passato?

Sì. Serve attenzione a progettare istituzioni e pratiche che offrano punti di ancoraggio non rigidi. È una sfida politica e culturale più che individuale. Le politiche educative e del lavoro possono creare condizioni per identità resilienti senza rinunciare alla libertà personale.

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