Quante volte avete visto una coppia nata negli anni 60 o 70 affrontare una notizia scomoda colar sorriso e una frase che suona come una diplomatica resa dei conti. Non sto parlando di stoicismo perfetto o di impermeabilità alle emozioni. Parlo di una diversa gestione dellansia quotidiana che sembra quasi una disciplina pratica. In questa pagina provo a spiegare quello che vedo, quello che penso, e alcune ipotesi che meritano attenzione senza pretendere di aver scritto una formula magica.
Un ambiente che aveva meno tappeti di allerta
Le vite nate tra gli anni 60 e 70 hanno conosciuto cambiamenti enormi ma con una narrativa diversa rispetto ad oggi. Non dico che fossero meno turbate. Dico che la frequenza degli stimoli allarme era diversa. Non cera il rumore costante delle notifiche il giorno e la notte. Le crisi erano spesso eventi puntuali: scioperi forti o riforme importanti non la pioggia sottile e perenne di emergenze globali a cui siamo esposti oggi.
Questo crea uno spazio mentale dove lallenamento alla calma diventa quasi un sottoprodotto della vita. Non si tratta di immunità. E piuttosto che la reazione di panico immediata, spesso si nota una pausa prima della scelta. Anche io mi sono sorpreso a notare quanto la scelta di non reagire subito sia spesso un gesto pratico e non filosofico.
Abitudini che salvano
La colazione fatta davvero con calma. La domenica con qualche ora senza telefono. Non sono dettagli romantici; sono costrutti che riducono cortocircuiti mentali. Spesso i miei genitori o amici di quella generazione hanno rituali banali ma potenti. Non sono prescrizioni. Sono spie di un approccio alla vita dove il tempo viene usato come filtro prima che la paura decida per te.
Competenza quotidiana e meno panico performativo
Le persone che hanno vissuto buona parte delladulto nei 70 80 e 90 hanno sviluppato una competenza pratica che riduce il bisogno di urlare per farsi ascoltare. Sanno riparare una valvola, sistemare un impianto, trattare con uffici quando serve. Non sto facendo nostalgia. Punto lattenzione su come la competenza riduce lambiguita che crea ansia.
Quando qualcosa va storto il primo impulso non è gridare ma testare. Anche se la crisi è emotiva spesso parte una sequenza di tentativi che normalizza il problema. E la normalizzazione sgonfia il panico. Questo aspetto dovrebbe farci interrogare sul prezzo sociale di avere troppa specializzazione digitale e poca esperienza pratica.
Gli anziani non sono naturalmente meno ansiosi. Hanno spesso una maggiore tolleranza verso lambiguita e strumenti concreti per gestirla. Questo riduce la reattivita che vediamo nei giovani. Dr Lucia Bianchi Psicologa Universita di Milano.
La cultura della pazienza non e un mito
Cresciuti in un mondo dove molte cose richiedevano tempo e non potevano essere accelerate con un tocco, quegli adulti hanno imparato la pazienza come skill operativa. Non era una lezione scolastica ma una necessità. Aspettare risultati per lavori manuali oppure tempi burocratici ha insegnato che lansia non produce nuove risposte ma sovraccarica le risorse.
Non voglio idealizzare. La pazienza puo sfociare in rassegnazione. E spesso questo confine si vede. Ma la verita e che una attitudine di attesa consapevole spesso impedisce reazioni impulsive e costose.
La parola fiducia spiegata male
Fiducia in chi gestisce certi processi non e uguale a ingenuita. In molte storie familiari la fiducia nasce dal vedere ripetersi risultati. Se il lattaio arrivava ogni mattina per trenta anni la fiducia non era una scommessa ma una evidenza. Oggi molte fiducie sono virtuali e si rompono facilmente. Questo cambia il modo in cui le persone reagiscono alle crisi.
Ritmi sociali e comunità pratiche
La sicurezza non esce dal nulla. Abita nelle relazioni di quartiere nelle reti che non sono solo social network. Una cena condivisa con vicini che durava ore costruiva uno stock di empatia che poi fungeva da cuscinetto. Quella generazione ha spesso depositi relazionali che mitigano la tendenza a farsi travolgere dagli eventi.
Personalmente penso che la perdita di questi depositi sia una delle ragioni per cui oggi molti reagiscono rapidamente e intensamente anche a problemi minori. E non sto dicendo che sia colpa dei telefonini. Sto dicendo che la tecnologia ha redistribuito energia che prima era sociale e ora e spesso individuale.
La pratica come antidoto
Allenarsi a fare cose utili per se stessi e per gli altri e un modo per ridurre il panico. E una pratica banale che non richiede guru. E per questo la raccomandazione che seguo e poco elegante ma efficace. Non cercate la calma perfetta. Coltivate piccole competenze che vi rendono meno vulnerabili al primo shock.
Perche questo conta davvero per la nostra salute mentale collettiva
Non e una questione di generazioni migliori o peggiori. E una questione di ecosistemi che favoriscono reazioni differenti. Se vogliamo capire perche le persone degli anni 60 e 70 sembrano piu tranquille dobbiamo guardare a infrastrutture invisibili come tempo disponibile reti sociali fiducia ripetuta e competenze pratiche. Sono fattori che riducono il rumore emotivo e favoriscono scelte meno impulsive.
Scrivo da una posizione non neutrale. Credo che troppo spesso la nostra cultura elevi lallarme a sistema di controllo. E credo anche che possiamo imparare qualcosa da chi non urla quando qualcosa va storto. Imparare non significa tornare indietro ma scegliere cosa portare avanti.
Tabella riepilogativa
| Fattore | Cosa cambia |
|---|---|
| Minore esposizione continua agli stimoli | Riduzione delle risposte impulsive |
| Competenze pratiche diffuse | Aumento della fiducia nella risoluzione autonoma |
| Ritualita quotidiane lente | Tempo come filtro prima della reazione |
| Reti sociali locali | Disponibilita di cuscinetti emotivi |
FAQ
Perche alcune persone nate negli anni 60 e 70 sembrano piu calme in crisi?
La calma osservata spesso deriva da una combinazione di abitudini e competenze acquisite nel tempo. Queste persone hanno vissuto momenti in cui la gestione pratica delle difficolta era essenziale. Hanno imparato a lavorare con tempi lunghi a sviluppare reti di supporto locali e a fidarsi della ripetizione dei comportamenti. Non e una regola assoluta ma una tendenza che si osserva in molti contesti urbani e rurali.
Significa che i giovani sono piu fragili?
Non necessariamente. I giovani affrontano sfide diverse. La fragilita percepita puo essere luscita di un ambiente che premia la velocita e mostra meno spazi per la pratica sociale. Le capacita di resilienza possono essere presenti ma manifestarsi in modalita diverse. E un confronto tra ecosistemi piu che una condanna generazionale.
Cosa posso adottare subito per gestire meglio lanasia o il panico quotidiano?
Non e un consiglio medico. Posso dire quello che ho visto funzionare nella pratica sociale. Riprendere piccoli riti quotidiani ritagliarsi spazi senza schermo esercitarsi in qualche lavoro manuale o consultare persone di fiducia sono azioni che cambiano la percezione del problema. Non sono soluzioni magiche ma possono essere punti di partenza concreti e trasferibili.
La calma e sempre buona cosa?
No. La calma puo nascondere rassegnazione o evitare problemi che richiedono azione. La questione e distinguere una calma che permette riflessione da una calma che procrastina. A volte reagire e necessario e salutare. La sfida e riconoscere quando e il momento di agire e quando e il momento di osservare.
Le tecnologie sono completamente colpevoli per la perdita di questa calma?
Le tecnologie hanno ridefinito tempi e spazi ma non sono lorigine unica. Sono parte di un sistema piu ampio che riguarda economia ritmi lavorativi e mutazioni sociali. Attribuire tutta la responsabilita alla tecnologia e un raccogliere una sola tessera di un puzzle molto piu grande.