Le scarpe erano quasi nuove, l’etichetta ancora tiepida del negozio, quando sono finite dentro un cassonetto per la raccolta del Red Cross in Germania. Un piccolo AirTag nascosto nella suola, un telefono e una curiosità che suona più come sospetto: dove finiscono davvero i nostri doni? La risposta, documentata su una mappa e in un video che è diventato virale, ha costretto l’organizzazione a chiarire il funzionamento dei propri percorsi logistici. Questo non è solo gossip digitale; è una lente su come funzionano economia circolare e filiere di beneficenza nel 2026.
AirTag svela un viaggio di 800 km all’insegna delle sneaker

Un creator su TikTok, noto come Moe.Ha, ha infilato un AirTag in un paio di Asics e li ha lasciati in un contenitore del Red Cross a Starnberg, vicino Monaco di Baviera. Seguendo il segnale del tracker attraverso l’app “Find My”, ha visto le scarpe attraversare confini: Austria, Slovenia, Croazia, fino a comparire su uno scaffale in un negozio di seconda mano a Cazin, in Bosnia ed Erzegovina, a quasi 800 chilometri di distanza. Dopo cinque giorni di viaggio, il suo oggetto donato era in vendita per una manciata di euro.
Perché i donatori sono rimasti scioccati dalla rivendita
La reazione immediata dei commentatori è stata: ma i soldi e i vestiti donati non dovrebbero andare direttamente a chi ha bisogno? La risposta non è così semplice. Molte organizzazioni di raccolta usano diversi modelli: alcune smistano e riutilizzano internamente, altre vendono all’ingrosso i materiali che non sono più utilizzabili per le loro finalità. Questo processo è spesso opaco per il donatore e la scarsa trasparenza alimenta sfiducia, specialmente quando la prova sembra così netta: il bene donato è stato rivenduto.
Come la Croce Rossa spiega la logistica delle donazioni

Di fronte al video, il Red Cross ha dovuto spiegare i diversi modelli con cui gestisce i contenuti dei suoi contenitori. In alcuni casi esiste il “clothing depot model”, dove i capi vengono selezionati e distribuiti a depositi e negozi dell’organizzazione; in altri il contenuto viene ceduto interamente a partner commerciali che monetizzano il materiale e girano i proventi all’organizzazione per sostenere attività istituzionali. È una pratica legale, e spesso necessaria, ma non ha la stessa caratura morale di chi immagina che ogni donazione finisca direttamente in mano a un beneficiario locale.
Il problema della comunicazione
Chi dona raramente legge i piccoli avvisi sui cassonetti. Le parole “sostegno alle attività” o “venduto a partner” non attivano lo stesso sentimento di una foto di mani che consegnano una coperta a una persona fredda. Qui non stiamo parlando di frode obbligatoria; stiamo parlando di aspettative non allineate. Se la promessa implicita è “aiuti diretti”, il percorso di mercato che porta l’oggetto a centinaia di chilometri significa che bisogna ripensare a come le organizzazioni parlano ai donatori.
La filiera del recupero tessile è complessa: i beni raccolti spesso entrano nelle catene commerciali che finanziano i servizi sociali di un’organizzazione. Trasparenza e tracciabilità sono elementi chiave per ricostruire la fiducia, ma richiedono investimenti e standard condivisi.
— Dr. Hakan Karaosman, Docente Senior, Cardiff Business School
Le domande che non spariscono
Chi compra una maglietta in un mercatino di Sarajevo potrebbe non sapere che quella stessa maglietta è passata da un contenitore di beneficenza in Germania. È un problema etico? È un’opportunità economica? Dipende da cosa ci aspettiamo dal gesto del dono. Se la motivazione è liberare spazio o sostenere indirettamente progetti, allora il modello funziona. Se il gesto nasce dall’idea di aiutare una persona specifica a qui vicino, la rete commerciale che trasforma il dono in materia prima o prodotto ricommercializzabile tradisce quella intenzione.
Chi guadagna, chi perde
Nel circuito secondario ci sono attori che guadagnano: riciclatori, grossisti, negozi di seconda mano. Il Red Cross e altre ONG spesso affermano che i ricavi supportano attività vitali: soccorso, formazione, servizi. Ma la narrazione pubblica rimane debole. Il donatore non riceve un resoconto chiaro del viaggio del suo bene. E quando arriva una prova concreta come un AirTag che mostra l’itinerario, la percezione pubblica cambia rapidamente e la pressione mediatica costringe le organizzazioni a rispondere.
Uno sguardo più ampio: economia circolare, etica e trasparenza

Questo episodio non è isolato. La gestione dei tessili usati è un settore enorme e in trasformazione: regolamentazioni europee sul riciclo, richieste di tracciabilità e tecnologie che permettono di seguire l’oggetto sono tutte in gioco. Il fatto che qualcuno abbia usato un AirTag lo rende spettacolare ma anche utile: ci mostra che la tecnologia può mettere in luce pratiche opache e accelerare richieste di cambiamento.
Il ruolo della tecnologia
Il tracciamento ha due facce. Può essere strumento di controllo e trasparenza, ma può anche essere usato per spettacolo e pressione pubblica. Il creator ha ottenuto visibilità e una storia che vende; la comunità guadagna informazione. Ma non è detto che il risultato porti a soluzioni: le ONG possono reagire con spiegazioni, i donatori possono sentirsi traditi, ma la struttura economica che rende la pratica sensata rimane. Chi ripagherà per investimenti in tracciabilità completa? È una domanda aperta.
La mia opinione? Non tutto è bianco o nero
Sono stanco di narrazioni che chiedono solo colpevoli. Qui c’è un mix di logica economica e aspettative morali. Il gesto del dono non è più un atto privato isolato: entra in circuiti globali. Chi vuole che la sua maglietta arrivi a una persona specifica deve adattare il gesto: consegnare direttamente a un centro locale, informarsi sulle pratiche dell’ente, o donare denaro che l’organizzazione può allocare con responsabilità. Io preferisco trasparenza radicata e report concreti, non slogan emotivi su cassonetti puliti e cuori contenti.
Soluzioni pratiche per donazioni trasparenti
Le organizzazioni potrebbero pubblicare report periodici sulle percentuali di beni rivenduti, destinazioni principali e proventi reinvestiti. I donatori potrebbero avere etichette chiare: “destinazione diretta” o “destinazione commerciale per finanziamento”. Non è roba tecnologicamente proibitiva, ma richiede volontà. E sì, ciò significa costi di gestione che qualcuno dovrà coprire.
Punti chiave per donatori e organizzazioni benefiche
Il video di un AirTag in una sneaker non è la verità ultima su tutte le donazioni. È però un promemoria brusco: la filiera esiste e non è sempre intuitiva. Le buone intenzioni non bastano per costruire fiducia. Servono trasparenza, comunicazione chiara e, quando possibile, strumenti che diano al donatore il controllo sulle sue aspettative. Nel frattempo, se decidi di donare, chiedi, informati, e forse evita di contare sul fatto che la tua giacca finirà per forza nelle mani di chi immagini.
Tabella riassuntiva: punti chiave
| Tema | Idea principale |
|---|---|
| Il caso | Un AirTag in sneakers donate al Red Cross ha mostrato che le scarpe sono finite in un negozio in Bosnia. |
| Modelli operativi | Raccolta a deposito e vendita diretta a partner: entrambi sono usati dalle ONG. |
| Trasparenza | La comunicazione verso il donatore è spesso insufficiente e genera sfiducia. |
| Tecnologia | Il tracciamento può essere usato per verifica o per spettacolarizzare; non risolve le cause strutturali. |
| Soluzioni pratiche | Report periodici e opzioni di donazione più chiare potrebbero riallineare aspettative e realtà. |
Domande frequenti sulle scarpe da ginnastica donate tracciate tramite AirTag
1. Cosa significa che i contenuti dei cassonetti vengono “venduti a partner”?
Significa che alcuni contenitori raccolgono materiali che vengono poi ceduti, spesso per tonnellate, a imprese che comprano e rivendono gli indumenti. I ricavi di queste vendite possono finanziare le attività dell’organizzazione che gestisce la raccolta. Non è illegale; è un modello economico diffuso nel settore della gestione dei tessili usati.
2. Perché alcuni doni finiscono all’estero?
Il mercato dei tessili usati è internazionale: grandi quantitativi vengono aggregati e venduti a grossisti che poi li distribuiscono in differenti paesi. Questo accade perché alcuni mercati secondari offrono domanda e prezzi per quei capi, specialmente quando la qualità o lo stile non sono adatti alla vendita locale.
3. L’uso di un AirTag è etico per verificare una donazione?
Mettere un dispositivo di tracciamento in un oggetto che si dona può essere considerato invasivo in altri contesti, ma in generale non è contro la legge se il tracciamento riguarda un oggetto personale. Il problema etico riguarda più l’intenzione: se lo scopo è migliorare trasparenza e responsabilità, può avere valore; se è creare scandalo, la discussione cambia.
4. Cosa posso fare se voglio essere sicuro che la mia donazione aiuti direttamente qualcuno?
Per maggior certezza, dona presso strutture o programmi locali che operano con distribuzioni dirette, chiedi informazioni dettagliate sulla destinazione dei beni o considera di fare donazioni economiche mirate per progetti specifici. Questo riduce l’incertezza sul percorso del tuo contributo.
5. Le organizzazioni devono rendere pubblici i ricavi delle vendite di beni donati?
Molte organizzazioni includono queste informazioni nei loro report annuali, ma la qualità e la granularità dei dati variano. Una maggiore trasparenza richiederebbe standard comuni e un impegno a pubblicare dati di dettaglio sulle pratiche di smistamento e vendita.