Il titolo sembra una curiosità tratta da un documentario naturalistico, ma in realtà è un riassunto crudo di un articolo scientifico pubblicato su Scientific Reports: “Un nuovo studio ugandese mostra che gli scimpanzé applicano insetti sulle loro ferite”. Non è solo un fatto divertente da condividere con gli amici: questa osservazione solleva interrogativi sul comportamento terapeutico negli animali, sulla diffusione di pratiche “medicinali” e su come interpretiamo la guarigione tra conspecifici.
La scena: chi, dove e come
Nelle fitte foreste del Parco Nazionale di Kibale, in Uganda, i ricercatori hanno documentato un comportamento straordinario tra gli individui della comunità di scimpanzé Ngogo. Le scimmie sono state filmate mentre catturavano insetti volanti, li immobilizzavano tra le labbra o le dita e poi li premevano deliberatamente sulle ferite aperte.
La maggior parte dei casi registrati riguardava l’autoapplicazione. Tuttavia, i ricercatori hanno osservato anche almeno un caso eclatante in cui un giovane scimpanzé ha applicato un insetto sulla ferita di un altro individuo. Questo suggerisce non solo un’autocura, ma anche una potenziale forma di assistenza sociale.
È importante notare che questi eventi non sembrano isolati o casuali. La sequenza comportamentale è coerente e assomiglia molto a osservazioni precedentemente riportate in altre popolazioni di scimpanzé. Tale ripetizione rafforza l’ipotesi che si tratti di un comportamento appreso o trasmesso culturalmente piuttosto che accidentale.
Non è solo pigrizia evolutiva
La reazione istintiva è quella di ridurre tutto a un gesto istintivo, un adattamento primitivo e involontario. Ma i dettagli filmati – il recupero dello stesso insetto, i ripetuti tentativi, i gesti orofacciali e la presenza di osservatori curiosi – suggeriscono qualcosa di più sfumato. Gli animali non sembrano semplicemente strofinarsi qualcosa contro la pelle; c’è uno schema.
Perché questo ci interessa (e perché non si chiama automaticamente medicina)

Una parola che ricorre negli articoli di divulgazione è “medicina”. È seducente: se gli scimpanzé usano materiali biologici per curare, allora quel comportamento può essere un precursore delle pratiche umane. Ma attenzione: osservare un atto e dimostrarne l’efficacia sono due cose diverse. Al momento non esistono prove sperimentali che l’applicazione di insetti acceleri la guarigione o riduca le infezioni in questi casi. Tuttavia, numerose specie di insetti producono sostanze antimicrobiche o antiinfiammatorie — e la possibilità esiste, non è astratta.
“Queste osservazioni dimostrano un modello sequenziale generalmente coerente di applicazioni degli insetti.” – Kayla Kolff, BioCognizione comparata, Istituto di scienze cognitive, Università di Osnabrück
An anecdote that weighs
Nel filmato più eloquente, un’adolescente preme ripetutamente un frammento d’insetto su una ferita alla coscia, raccogliendo residui bianchi e persino portandoli alla bocca. L’atto è ripetuto, misurato, quasi rituale. È facile sentirsi sollevati nell’attribuire alla natura la stessa intenzione che noi diamo ai gesti di cura umani; è un salto che voglio fare raramente senza prove supplementari. Eppure il comportamento esiste e merita una spiegazione non convenzionale.
Tre linee di interpretazione, nessuna semplice
Gli autori propongono tre ipotesi che mi sembrano utili come cornici di lavoro, non come etichette definitive. Prima: selettività dell’insetto. Gli scimpanzé scelgono insetti particolari, magari per odore o consistenza. Second: trasmissione sociale. Forse il gesto si apprende osservando altri. Terza: prosocialità. Se applicare insetti sulle ferite altrui è intenzionale, allora abbiamo avanzi di cura altruistica che val la pena studiare. Io sospetto che la verità sia una combinazione instabile di tutti e tre e che vari gruppi di scimpanzé possano sviluppare tradizioni comportamentali diverse in risposta a pressioni ecologiche locali.
Una finestra sull’evoluzione dell’assistenza
Se anche solo una parte di questo comportamento avesse una componente funzionale (antimicrobica, lenitiva o altro), suggerirebbe che antenati comuni potessero sperimentare materiali naturali su ferite molto prima che nascessero farmaci. Non sto dicendo che gli scimpanzé stiano reinventando la farmacia moderna; sto dicendo che il comportamento esplora uno spettro di possibilità che merita attenzione. La cura e l’aiuto reciproco non sono solo slanci etici umani: hanno radici profonde che si manifestano, in modi diversi, anche fuori dalla nostra specie.
Perché i biologi della conservazione dovrebbero interessarsene
Comprendere la gamma comportamentale degli scimpanzé non è solo un esercizio intellettuale: ha implicazioni pratiche per la conservazione del comportamento culturale. Comportamenti come questi possono essere rari, localizzati e vulnerabili all’estinzione, così come la popolazione che li pratica. Se perdiamo gruppi diversi a causa del bracconaggio, delle malattie o della deforestazione, perdiamo anche la ricchezza comportamentale che potrebbe dirci qualcosa sulla plasticità cognitiva della specie.
Non tutto ha bisogno di essere spiegato oggi
Mi infastidisce quella fretta divulgativa che pretende una morale immediata dalla scoperta: “guardate, gli scimpanzé fanno medicina!” Non lo sappiamo. Ma la scoperta è importante perché scardina l’idea che curare sia un’esclusiva umana o che l’atto di applicare sostanze su ferite sia limitato alle piante. Offre invece una scena complessa, socialmente contornata e variabile.
Domande aperte che meriterebbero laboratori, non solo osservazioni
Quali sono le specie di insetti impiegate? Producono effettivamente composti antagonisti ai patogeni umani o ai batteri della pelle dei primati? Gli scimpanzé imparano questo comportamento per imitazione o lo inventano individualmente? E soprattutto: questo gesto migliora gli esiti clinici delle ferite? Sono domande a cui servono studi biochimici, campionamenti e protocolli etici che però rispettino la vita selvatica.
Un’osservazione personale
Guardando il video, ho avuto un’impressione strana: non era compassione antropomorfica, ma una forma di attenzione funzionale. C’è qualcosa di pratico nel gesto: il tempo impiegato, le ripetizioni coordinate, la curiosità degli altri. Se fosse una moda sociale, immaginate quanto complesso potrebbe diventare il tessuto delle tradizioni scimpanzé: alcuni gruppi con foglie, altri con insetti, altri che non fanno nulla.
Conclusione parziale: non c’è finale, solo altre strade di ricerca
La frase “A new Ugandan study shows chimpanzees apply insects to their wounds” è vera e documentata. Va però accompagnata da cautela interpretativa: osservare non significa provare efficacia, e comportamento non equivale a intenzione umana. Dico chiaramente che non mi basta il brivido del titolo: voglio chimica, dati, confronti tra popolazioni e più filmati. E se avete un lato romantico che vuole credere a gesti di cura che travalicano le specie, va benissimo. Io però continuo a preferire la scienza che spoglia il mistero e lo rimette, più stabile, dentro una spiegazione. Senza ridurlo a farsa.
Tabella riassuntiva delle idee chiave
| Voce | Concetto |
|---|---|
| Osservazione | Scimpanzé di Ngogo (Kibale, Uganda) applicano insetti a ferite aperte (self e other-directed). |
| Fonti | Studio pubblicato su Scientific Reports, 25 agosto 2025 (Kolff et al.). |
| Ipotesi | Selettività dell’insetto; apprendimento sociale; prosocialità. |
| Limiti attuali | Mancano prove sperimentali di efficacia medicinale; campionamenti biochimici assenti. |
| Implicazioni | Potenziale rilevanza evolutiva della cura e importanza della conservazione del comportamento culturale. |
Domande frequenti sulla cura delle ferite negli scimpanzé
1. Lo scimpanzé sa che l’insetto guarisce la ferita?
Non possiamo affermarlo con sicurezza. Gli studiosi hanno documentato una sequenza ripetuta e mirata, che indica una forma di comportamento mirato, ma non ci sono prove dirette che gli scimpanzé conoscano i meccanismi biochimici o che osservino un miglioramento clinico grazie all’insetto. Servono studi chimici sugli insetti e analisi longitudinali delle ferite osservate per rispondere con rigore scientifico.
2. Quante volte è stato osservato questo comportamento?
Nello studio ugandese sono stati documentati cinque eventi con visibilità sufficiente a descriverne la sequenza, tra novembre 2021 e luglio 2022. Altri report precedenti provengono da popolazioni di scimpanzé in Gabon. Non è un numero grande, ma la ripetizione di pattern simili in popolazioni distanti rende il fenomeno credibile e degno di ulteriori indagini.
3. Si tratta di un comportamento trasmesso culturalmente?
Questa è una delle ipotesi principali avanzate dagli autori: la presenza di pattern coerenti e la presenza di osservatori che ‘peeerano’ durante gli eventi suggeriscono la possibilità di apprendimento sociale. Tuttavia, dimostrare trasmissione culturale richiede dati su vari gruppi, su chi impara da chi e su come il comportamento si diffonde nel tempo.
4. Gli insetti usati sono identificati e testati?
Al momento gli studi pubblicati descrivono l’atto e la sequenza comportamentale ma non identificano tutte le specie di insetti né analizzano composti chimici specifici. Questa è una lacuna evidente: per stabilire un nesso funzionale servono raccolte controllate e analisi biochimiche che devono però rispettare standard etici e di conservazione.
5. Questo cambia il modo in cui pensiamo alla medicina nella natura?
Forse non rivoluziona nulla di definito, ma amplia il campo delle possibilità. La medicina come uso intenzionale di materiali che influenzano il decorso di una malattia o una ferita può avere antecedenti complessi e disseminati nel regno animale. Il punto non è romantico: è empirico. Ogni nuova osservazione arricchisce la nostra comprensione delle origini e dei limiti della cura come comportamento sociale.