Negli ultimi anni ho visto cambiare la faccia della pensione: non più soltanto spiagge, hobby e calma, ma scrivanie spostate in salotto, curriculum aggiornati e offerte part-time arrivate via email. Sempre più persone vanno oltre l’età tradizionale di uscita dal lavoro e lo fanno non perché lo desiderino, ma perché sono costrette. Questo fenomeno sta prendendo forma sotto un’etichetta ormai diffusa nel mondo anglosassone: unretirement. In italiano non abbiamo un termine perfetto, e forse è giusto così: la realtà è ibrida, ambigua, e non si presta a definizioni nette.
Un’identità ibrida: che cosa significa “unretirement”
Unretirement è il ritorno al lavoro dopo un periodo in cui la persona si era definita ritirata. Non è sempre un ripensamento romantico, né un progetto di vita programmato. In molti casi è la risposta domestica a bollette più alte, pensioni che non bastano e spese sanitarie crescenti. La narrativa dominante—quella che ci racconta pensioni serene e programmi ben pianificati—non copre ciò che succede alla maggioranza delle famiglie quando i conti non tornano.
Perché ormai non è più una scelta per tutti
Non voglio minimizzare chi torna a lavorare per motivi personali, per stimolo intellettuale o per desiderio di socialità. Però se guardiamo ai dati e alle storie, emerge un’altra lettura: la pressione economica. Col costo della vita che continua a salire, con segnali di fragilità nei sistemi pensionistici e con spese mediche che possono erodere risparmi consolidati, molti pensionati vedono l’uscita definitiva come un lusso. Più che un secondo atto volontario, il lavoro dopo i 65 anni diventa una strategia di sopravvivenza.
“Single retirees and women are much more likely to cite income as their primary motivator for returning to work after retirement,” Angela Rowe, policy specialist at the National Conference of State Legislatures, observed when discussing the trend in recent legislative forums. This highlights that financial drivers are disproportionately affecting certain groups.
La citazione di Angela Rowe non è un ornamento: è un cartello stradale. Indica chi è più vulnerabile e perché la narrazione sociale della pensione come tappa finale della carriera non rispecchia la realtà della vita di molte persone.
Che impatto ha sulla vita quotidiana delle famiglie?
Immaginate una coppia in cui uno dei due ha pianificato di smettere a 62. L’altro a 67. La matematica delle pensioni, degli assegni e dei contributi non è lineare, e quando arriva una spesa imprevista—una diagnosi, una riparazione importante, l’aiuto a un nipote—le decisioni cambiano. Non è solo questione di soldi. Tornare a lavorare modifica ritmi, relazioni e salute emotiva. Alcuni raccontano sollievo nel ritrovare una routine; altri parlano di stanchezza e di dover fare i conti con un mercato del lavoro che non è fatto per chi ha quasi settant’anni.
Il mercato del lavoro non è neutrale
Non pensiate che chi ritorna trovi automaticamente impieghi comodi. Spesso il lavoro disponibile è precario, part-time e poco retribuito. Le offerte remote hanno aperto qualche opportunità, ma non tutti hanno competenze digitali aggiornate o condizioni abitative adatte al telelavoro. Perciò quello che vedo è una stratificazione: chi può scegliere lo fa, e chi non può resta intrappolato in posizioni di basso valore.
Perché il fenomeno ci riguarda tutti
Questo non è un problema privato. Le implicazioni economiche e sociali ricadono sulla collettività. Sistemi di previdenza che non reggono alla prova del tempo, mercati del lavoro che non valorizzano l’esperienza, e servizi di assistenza che non sono sufficienti: sono tutti pezzi dello stesso puzzle. Se i pensionati tornano a lavorare in massa, la politica dovrebbe chiedersi quali supporti servono davvero e come evitare che il lavoro oltre l’età pensionabile sia sempre e soltanto una questione di necessità.
Una responsabilità pubblica e culturale
Le storie che circolano suggeriscono una responsabilità diffusa: datori di lavoro, istituzioni pubbliche e famiglie hanno ruoli diversi ma interconnessi. A volte si pensa che basti rendere il lavoro flessibile; altre volte si propone di riformare i parametri pensionistici. Io credo che servano entrambe le cose, ma soprattutto serve cambiare il racconto: smettere di glorificare un modello unico di pensione e riconoscere percorsi differenziati senza colpevolizzare chi non ce la fa.
Osservazioni personali
In passato ho incontrato persone che hanno scelto di non smettere perché il lavoro dava loro senso. Ho incontrato anche chi è tornato perché non aveva alternativa. C’è una differenza sottile ma profonda tra i due casi: nel primo, il lavoro arricchisce; nel secondo, lo neutralizza. Ecco perché considero importante non trasformare il ritorno al lavoro in una destigmatizzazione acritica. Normalizzare il fenomeno non deve significare celebrarlo come vittoria sociale.
Il racconto che preferisco è pragmatico: riconoscere la complessità, offrire soluzioni che non siano solo pannicelli caldi e lavorare su politiche che riducano la vulnerabilità economica in età avanzata. Non basta dire che l’esperienza è un valore: bisogna far sì che il mercato la paghi in modo dignitoso.
Quali scenari possibili?
Ci sono molte strade: incentivi per occupazioni part-time dignitose, servizi di upskilling pensati per over 60, riforme previdenziali che proteggano di più i redditi bassi e misure fiscali mirate. Nessuna di queste è semplice, tutte richiedono scelte politiche decise. Ma l’alternativa è lasciar crescere una generazione di pensionati che non riesce a smettere davvero, costretta a un lavoro che erode più di quanto dia.
Riflessione finale
Il fenomeno ha un nome, sì, e si chiama unretirement. Ma il nome non basta. Serve capire chi paga il conto e in che modo possiamo ridurre la dipendenza dal lavoro come unica ancora di salvezza finanziaria in età avanzata. Vorrei che si parlasse meno di numeri e più dei volti dietro quei numeri: persone che meritano sicurezza e dignità, non solo logiche di mercato che trasformano l’età in una variabile di sfruttamento.
| Idea chiave | Perché conta | Impatto pratico |
|---|---|---|
| Unretirement come fenomeno | Ritorno al lavoro dopo la pensione, spesso per necessità | Maggiore instabilità economica tra gli anziani |
| Contrasto tra scelta e necessità | Non tutte le riprese lavorative sono volontarie | Serve politiche mirate per proteggere i più vulnerabili |
| Mercato del lavoro | Spesso offre impieghi precari | Opportunity gap per chi ha esperienza ma non competenze digitali |
| Ruolo pubblico | Istituzioni chiamate a intervenire | Riforme pensionistiche e servizi di upskilling |
FAQ
Che cosa vuol dire esattamente “unretirement”?
Unretirement indica il ritorno a un’attività lavorativa dopo un periodo in cui la persona si era definita ritirata. Può includere lavori part-time, contratti temporanei o ruoli diversi dalla carriera precedente. Non è necessariamente negativo, ma spesso è motivato da esigenze finanziarie.
Chi è più a rischio di dover tornare a lavorare?
Dati e testimonianze mostrano che le persone sole, le donne e chi ha pensioni basse sono tra i più esposti. Anche chi ha spese sanitarie rilevanti o supporto familiare da offrire può vedersi costretto a riprendere lavoro.
Il lavoro dopo la pensione è sempre una cosa negativa?
Non sempre. Per alcuni è una fonte di energie e socialità. Il problema nasce quando il lavoro è l’unico strumento per evitare la povertà o quando è precario e malpagato. Il contesto fa la differenza: dignità, condizioni e scelta personale sono elementi cruciali.
Quali politiche potrebbero aiutare a ridurre questa necessità?
Servirebbero interventi su più fronti: maggiore protezione delle pensioni minime, servizi per aggiornare le competenze, incentivi per impieghi flessibili ma dignitosi e politiche sanitarie che riducano l’impatto finanziario delle cure. Le soluzioni richiedono coordinamento tra istituzioni e mercato.
Come cambierà la narrativa culturale della pensione?
Credo che la narrativa debba abbandonare l’idea di un modello unico di pensione. Occorre riconoscere percorsi diversi, valorizzare l’esperienza ma anche difendere la possibilità di una vera uscita dal lavoro quando questa è desiderata e pianificata. Non tutto va romantizzato: serve pragmatismo.