Cosa hanno imparato le persone cresciute negli anni 60 e 70 sulla comunità che oggi ci sfugge

Negli ultimi anni mi sono spesso chiesto perché certe abitudini comunitarie sembrino evaporare così rapidamente. Crescere negli anni 60 e 70 significava essere immersi in reti sociali che non erano soltanto passeggiate al bar o feste di paese. Era un modo di pensare. Cosa hanno imparato le persone cresciute negli anni 60 e 70 sulla comunità e perché quelle lezioni oggi parlano con voce diversa rispetto al rumore digitale che ci circonda?

Prima impressione: una comunità come tessuto vivo

La prima cosa che colpisce chi è nato e cresciuto in quel periodo è la concretezza delle relazioni. Non parlo della nostalgia degli oggetti vintage, ma di una modalità di interazione che dava forma al tempo stesso pubblico e privato. Un vicino non era solo un indirizzo su una mappa. Era qualcuno che sapeva se ti mancava il pane o se avevi bisogno di una mano. Quel tipo di vicinanza imponeva responsabilità e, allo stesso tempo, offriva una rete di sicurezza implicita.

È stata educazione o necessità?

Per molti la comunità era un insegnamento quotidiano, spesso più potente di qualunque scuola. Imparavi a far parte di un coro parrocchiale, di una squadra di calcio, di un consiglio di quartiere. Ma non tutte quelle pratiche provenivano da un ideale di fraternità. Alcune erano semplicemente la risposta a vincoli materiali: lavori locali, mobilità ridotta, infrastrutture diverse. È sbagliato separare educazione e necessità, perché spesso erano la stessa cosa. Da qui nasce una lezione che oggi fatichiamo a interpretare: la comunità prospera quando le relazioni sono utili e reciprocalmente vincolanti, non quando sono semplici opzioni di consumo.

La fiducia come capitale accumulato

Gli studi sociologici moderni danno una parola a questa sensazione: social capital. Robert D. Putnam ha spiegato con dati e esempio cosa significano queste reti per la democrazia e la vita quotidiana.

Social capital refers to connections among individuals social networks and the norms of reciprocity and trustworthiness that arise from them. Robert D. Putnam Professor of Public Policy Harvard Kennedy School.

Questa citazione non serve per chiudere un argomento ma per rendere esplicito quello che molti sentivano già: fidarsi non era ingenuo, ma strategico. Le persone cresciute negli anni 60 e 70 trattavano la fiducia come una risorsa che si coltivava, non come un lusso. E quando quella risorsa si usurava, intervenivano pratiche molto concrete per ripararla: incontri, mediazioni informali, un numero di telefono condiviso che non era digitale ma di carta.

Il ruolo delle istituzioni minori

Non sto parlando solo delle grandi istituzioni. Le parrocchie, i circoli, le associazioni sportive, le cooperative locali erano microcosmi dove le regole si sperimentavano, si negoziavano e si applicavano. Quelle istituzioni spesso funzionavano male, certo, ma offrivano spazi per imparare a convivere. Oggi tendiamo a confondere istituzione con burocrazia; allora l’istituzione era il luogo dove si impara a stare insieme, non il posto dove si va per registrare qualcosa.

La solidarietà non era performativa

Negli anni 60 e 70 la solidarietà aveva un ritmo diverso. Era fatta di gesti ripetuti e di presenze costanti. Non era progettata per il consenso sociale ma per la sopravvivenza sociale. Per questo motivo era meno esposta ai riflettori: nessuno la misurava con like o visualizzazioni. Questo la rendeva più fragile ma anche meno facile da manipolare. Oggi, con la memetica della solidarietà, spesso la solidarietà è misurata e mercificata. Le persone che hanno vissuto la comunità prima dell’era digitale sanno riconoscere la differenza tra un aiuto vero e uno performativo. Sanno anche che la solidarietà costa tempo, spesso più di quanto siamo disposti a pagare.

Il conflitto come elemento costruttivo

Una cosa che non vorrei venga idealizzata è il fatto che nelle comunità di allora si litigava. E spesso si litigava per cose concrete, per confini, per sacrifici condivisi. Quei conflitti, affrontati a viso aperto, spesso producevano norme reali. Oggi molti conflitti sono spettacoli: polarizzazione che si nutre di algoritmi. Le generazioni cresciute negli anni 60 e 70 conoscono la routine del dissenso come strumento per ridisegnare regole pratiche. Questa capacità, che è stata in parte persa, è poi difficile da recuperare attraverso la discussione mediatica.

Le lezioni che resistono e quelle che siamo pronti a tradire

Esistono insegnamenti che non si consumano facilmente. La prima è la concretezza dei legami. La seconda è la responsabilità collettiva: essere parte di una comunità significava prendersi carico di ciò che non era immediatamente nostro. Ma esiste anche qualcosa di più sottile: la capacità di tollerare l’ambiguità degli altri. Chi è cresciuto negli anni 60 e 70 ha imparato a convivere con persone che non sempre la pensavano allo stesso modo. Non è la stessa cosa del compromesso politico, è un’abilità sociale che non si misura in sondaggi.

Allo stesso tempo sono emerse pratiche che oggi ci sembrano impensabili da recuperare in toto. La mobilità sociale e geografica, i mutamenti del lavoro e la trasformazione dei tempi familiari hanno reso molte dinamiche impossibili da ripristinare senza adattamenti radicali. L’errore più comune è immaginare di poter riportare indietro il tempo. Non serve nostalgia. Serve riconoscere quali principi erano utili e riprodurli in forme diverse.

Personalmente

Non credo nella mia pelle che basti invocare gli anni 60 e 70 come modello. Però credo che quegli anni ci abbiano lasciato una liturgia della presenza che oggi manca. Quella liturgia non è religione del passato. È una pratica che si può reinventare, se siamo disposti a rinunciare a qualche certezza tecnologica e ad accettare il costoso lavoro della prossimità.

Uno sguardo pratico per il presente

Se dovessi consigliare una strada per ricostruire pezzi di quella comunità direi di partire da piccoli spazi con obblighi chiari. Non associazioni simboliche ma progetti locali con risultati misurabili. Non per tornare indietro ma per riattivare la lezione pratica: fiducia costruita, responsabilità condivisa, conflitto gestito. È un piano lento ed è probabile che fallisca molte volte. E allora bisogna riprovare, perché alcune lezioni non rinunciano a essere utili soltanto perché le ignori.

Tabella riassuntiva

Lezione Che cosa significava allora Come potrebbe apparire oggi
Relazioni concrete Vicini e associazioni come punti di riferimento quotidiano Progetti locali con presenze regolari e ruoli definiti
Fiducia come capitale Norme di reciprocità applicate nella vita reale Microcontratti sociali e impegni verificabili
Solidarietà non performativa Aiuto ripetuto e costante Impegni continuativi misurati dall impatto
Conflitto costruttivo Litigi che producono regole Forum locali con decisioni pratiche

FAQ

Perché la comunità degli anni 60 e 70 appare più solida di quella attuale?

La percezione deriva da pratiche quotidiane di prossimità che erano diffuse e spesso necessarie. L economia, la mobilità e la tecnologia di allora favorivano la ripetizione delle interazioni con le stesse persone. Questo costruiva ripetizioni che generano norme condivise. Non era tutto perfetto ma era un sistema che funzionava in modo diverso rispetto a oggi.

Possiamo ricreare quegli stessi legami oggi?

Non letteralmente. Molte condizioni storiche sono cambiate. Si possono però riassumere i principi utili e tradurli in pratiche contemporanee. Ad esempio, sostituire la frequenza geografica con impegni regolari online e offline combinati e progettare spazi che richiedano reciprocità reale piuttosto che visibilità.

Qual è il rischio di idealizzare quegli anni?

Il rischio è ignorare le disuguaglianze e le esclusioni che esistevano dietro la facciata comunitaria. Molte comunità erano chiuse e selettive. La memoria affettiva tende a cancellare le ombre. Per trasformare le lezioni utili in pratiche inclusive bisogna essere critici e selettivi, non nostalgici.

Cosa possono fare i giovani oggi per ricostruire comunità più forti?

I giovani possono adottare la disciplina della presenza: partecipare sistematicamente a iniziative locali, accettare responsabilità visibili, creare routine di mutua assistenza che non si esauriscano in una singola azione simbolica. È un lavoro lento ma che ripaga, se fatto con continuità.

Esiste un ruolo per le tecnologie digitali in questa ricostruzione?

Sì ma con riserva. Le tecnologie possono facilitare il coordinamento e dare visibilità alle iniziative, ma non possono sostituire la costruzione della fiducia. Le pratiche migliori combinano strumenti digitali con incontri reali e impegni ripetuti nel tempo.

Come capire se una comunità sta funzionando davvero?

La misura sta nella resilienza pratica. Una comunità funzionante risponde nei momenti di difficoltà con soluzioni concrete e condivise. Non è sufficiente la retorica. Contare le presenze, misurare il tempo dedicato e osservare gli effetti tangibili sono indicatori migliori di qualsiasi slogan.

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