Non si nasce sicuri: la fiducia in se stessi è una competenza che si allena dice una psicologa

Quante volte ti sei detto che certe persone sono nate sicure e che tu no. È una storia comoda da raccontare perché ti scusa dall’imparare qualcosa di scomodo. Ma la psicologa lo dice chiaro: la fiducia non è un’eredità immutabile. Si costruisce. E con questo non intendo frasi motivazionali finte o tecniche lampo che promettono miracoli. Parlo di pratica ripetuta, aggiustamenti psicologici e alcuni cambiamenti concreti nella vita quotidiana.

Non un talento ma una somma di abilità

La parola fiducia sembra unica ma è composta di elementi diversi. C’è la valutazione delle tue competenze, la capacità di recupero dagli errori, la gestione dell’ansia sociale e la reputazione che proietti agli altri attraverso piccoli comportamenti. Se rintracci questi elementi separatamente è più semplice lavorarci sopra. Questo è il punto che mi interessa: scomporre per ri-comporre. La fiducia è un mosaico, non un blocco monolitico.

Perché questa idea dovrebbe infastidirti poco e invece aiutarti molto

Se pensi che la fiducia sia un dono, allora ti arrendi prima ancora di provarci. Se invece la consideri una pratica, allora ogni giorno offre un’opportunità. Non è la stessa cosa. Io preferisco persone che si sbagliano provando anziché quelle che rimangono indietro aspettando il “gene giusto”. Questo è il mio bias e non lo nascondo: preferisco l’azione imperfetta alla sacralità dell’innato.

La voce dell’esperto

La fiducia è una competenza che possiamo rafforzare. Prestare attenzione al dialogo interno e fare esperienze graduali di autoaffermazione fa la differenza. Shilagh Mirgain psicologa clinica University of Wisconsin School of Medicine and Public Health

Se una professionista che lavora con persone che si sentono inadeguate dice questo, ascoltare non è opzionale. Non è detto che ogni consiglio funzionerà per te ma scartare l’intera idea a priori è uno spreco. Anzi, la testimonianza qui non è fine a se stessa: indica una strada operativa.

Come si allena la fiducia senza diventare antipatici

Non c’è bisogno di trasformarsi in qualcuno ossessivamente autoreferenziale. Il primo problema da superare è la confusione tra fiducia e arroganza. Le due cose non coincidono e non si sostituiscono. La fiducia sana è diretta, non rumorosa. È saper esporre un pensiero anche se tremi. È chiedere chiarimenti quando non hai capito. È scegliere piccole azioni che accumulano prova su prova, non apparizioni da copertina.

Una pratica concreta che ignorerai e poi amerai

Scegli una situazione sociale che eviti e dividila in micro passi. Non «parlare in pubblico» ma «dire una frase a una persona nuova», e poi aumentare il livello. La somma delle micro vittorie costruisce abitudini cognitive che poi usi inconsciamente. Questo non è psicologia da manuale soltanto; è la pratica che ho visto funzionare in persone reali che conosco. E no non funziona da subito, il punto è la costanza.

Il ruolo del corpo e della quotidianità

Molti parlano di postura come di un trucco estetico. Ciò che conta è la relazione tra il corpo e la mente. Piccoli gesti che occupano spazio fisico spesso cambiano la qualità dell’esperienza emotiva. Non aspettarti miracoli spettacolari dopo un minuto di esercizio. Aspettati però un cambiamento nei comportamenti successivi. Le azioni prime, i sentimenti seguono, non sempre ma spesso.

Perché i piani perfetti falliscono

Progetti troppo dettagliati diventano bozzoli. La vita rompe i piani e quelli rigidamente progettati collassano. Preferisci regole semplici e replicabili piuttosto che schemi complessi. Questo approccio è meno elegante ma più efficace. Più volte ho visto piani statuari morire sotto la prima difficoltà. Le regole semplici sopravvivono, si adattando.

La falsificazione emotiva: non ignorare il disagio

Un errore comune è fingere sicurezza senza fare il lavoro interiore. Questo atteggiamento può funzionare un po’ ma spesso crea un divario tra cosa mostri e cosa senti. Quel divario è rumoroso. È un sussurro che diventa col tempo ruggine. È meglio lavorare sulla discrepanza. Dunque sii onesto con te stesso mentre pratichi. Non tutti ama la verità, ma la verità è un’attitudine meno costosa delle bugie che ci raccontiamo per sopravvivere.

Un’opinione non richiesta: l’educazione emotiva dovrebbe essere pratica

Mi irrita sentire programmi educativi che trattano l’autostima come un concetto astratto. Bisognerebbe introdurre esercizi misurabili, rituali quotidiani e un po’ di contesto sociale. Se vogliamo comunità più resilienti, bisogna smettere di ridurre tutto a belle parole nelle presentazioni. Serve lavoro sporco, ripetizione, e forse un pizzico di noia sistematica.

La resistenza sociale

Ricominciare non è solo una questione individuale. Ci sono norme sociali che premiano chi si esibisce come già competente. Questo porta a una dinamica perversa: chi appare sicuro guadagna opportunità che aumentano la sua fiducia e allontanano gli altri. La soluzione non è ribaltare tutto ma creare spazi dove la pratica è accettata, dove il tentativo è più prezioso del risultato immediato.

Non ho risposte definitive per ogni situazione. Non voglio neanche illuderti che basti leggere questo articolo per diventare invincibile. Ma posso promettere che la parola competenza, se applicata con disciplina e buon senso, porta risultati diversi dal fatalismo. Vale la pena provarci, anche perché l’alternativa è restare a osservare il mondo passare.

Tabella riassuntiva

Idea chiave Cosa fare
Fiducia come mosaico Scomporre in abilità praticabili e lavorare su una alla volta
Micro esposizione Affrontare paure sociali con piccoli passi ripetuti
Corpo e comportamento Usare gesti che occupano spazio per modificare l’esperienza emotiva
Semplicità operativa Preferire regole facili da ripetere invece di piani complessi
Onestà interna Allineare ciò che mostri a ciò che senti lavorando sulle discrepanze

FAQ

1. Quanto tempo serve per vedere cambiamenti reali nella fiducia?

Non esiste una risposta universale. Alcune persone notano differenze in poche settimane cambiando abitudini quotidiane, altre impiegano mesi. Dipende da fattori come frequenza della pratica, contesti sociali e resilienza personale. La cosa utile è misurare piccoli indicatori: quante volte hai parlato in una riunione rispetto al mese prima, o quante volte hai evitato una situazione che ora affronti. Questi segnali concreti ti dicono più di generalità temporali.

2. Posso aumentare la fiducia senza dirlo agli altri?

Sì. Molte tecniche sono private e riguardano il dialogo interno, le abitudini corporee e le micro esposizioni. Tuttavia la fiducia viene anche verificata nel contatto sociale, quindi a un certo punto dovrai testarla in pubblico. Ma il percorso iniziale può essere silenzioso e misurabile, e spesso è un modo più sostenibile per costruire una base solida.

3. Tutti possono diventare più fiduciosi allo stesso livello?

No. Questo non è una gara. Ci sono limiti individuali e culturali che influenzano l’esito. L’obiettivo realistico non è diventare identici agli altri ma raggiungere una sufficiente fiducia personale che permetta di vivere con meno freni. La misura è soggettiva e dipende dai valori e dai contesti di ognuno.

4. Che ruolo ha la terapia in questo percorso?

La terapia può accelerare o rendere il lavoro più profondo perché aiuta a identificare schemi inconsci e credenze limitanti che la sola pratica non scalfisce. Non è l’unica strada ma è una risorsa utile per chi incontra ostacoli ricorrenti o ferite emotive che interferiscono con l’apprendimento della fiducia.

5. Ci sono errori comuni che rallentano il progresso?

Sì. I principali sono aspettative irrealistiche, confronto continuo con gli altri e tentativi di cambiamento discontinuo. Anche evitare il confronto sociale per paura di fallire mantiene lo status quo. Riconoscere questi ostacoli è già un passo avanti.

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