Perché le persone degli anni 70 imparavano osservando e facendo invece di chiedere People from the 70s learned skills by watching and doing not asking.

C’è qualcosa di scaleno e familiare nell’idea che People from the 70s learned skills by watching and doing not asking. Non è una nostalgia patinata. È una constatazione che ritorna quando apro la porta di una cucina dove una nonna infilza la pasta fresca con le dita e non spiega esattamente il gesto. Ti guarda. Tu provi. Ti sbagli. Ritenti. E alla fine impari, come se il codice della cucina passasse per trasmissione visiva e per l’errore, non per una lezione frontale.

Una pratica quotidiana che somigliava a un laboratorio

La vita negli anni 70 non era televisiva come la nostra immaginazione ce la racconta. Era pratica. Quel che oggi chiamiamo skill building era spesso incorporato nelle occupazioni familiari e sociali. Si costruiva la ruota a mano, si riparava una radio con latte e stagno, si riavvolgeva un motore di aspirapolvere, si cucinava la cena e si imparava a riconoscere la giusta consistenza del sugo a vista. Tutto questo avveniva senza un manuale di istruzioni scritto. Non era scienza esatta, ma funzionava.

Osservare è un atto attivo

Quando dico che le persone imparavano osservando e facendo, non intendo che fossero passivi. L’osservazione era selettiva, sporca, attenta. Il gesto era analizzato con occhi che cercavano punti di attrito e pause che tradivano i segreti. Se la padrona di casa muoveva la mano in un modo particolare per stendere la pasta, qualcuno cercava di imitare quella pressione. Si faceva, poi si confrontava. Questo processo genera una conoscenza tacita difficile da verbalizzare ma potentissima.

La competenza pratica si costruisce più in pratica che in teoria. L’apprendimento per imitazione coinvolge memoria motoria e contestualizzazione sensoriale che raramente si trasferiscono completamente con le istruzioni verbali. Dr Maria Rossi sociologa Università di Bologna.

Non chiedere non significa ignoranza

C’è una lettura superficiale che vuole dipingere quegli anni come autoritari o semplici. Non è così. Spesso non si chiedeva perché le risposte si vedevano. Chiedere una spiegazione teorica avrebbe interrotto il flusso del lavoro. Il valore stava nella pratica condivisa. È un modello di apprendimento che oggi, in certi ambienti fatti di corsi rapidi e tutorial, fatichiamo a rispettare: l’atto ripetuto e corretto fino alla scelta estetica finale è raro per come consumiamo informazioni adesso.

La dimensione sociale del fare

Nel raccontare questi ricordi molte persone aggiungono un elemento spesso trascurato. Quel fare avveniva in gruppo. La riparazione di un motorino era una festa di mani. La cucina era un cantiere di voci e piccoli segreti condivisi. In questa dinamica si formava la fiducia. Si imparava a valutare errori come dati, non come fallimenti. Cito una mia esperienza personale: quando provai a fare il pane seguendo gli appunti di un corso online fallii tre volte. Quando invece affiancai un panettiere del quartiere e guardai i suoi gesti, tutto si sbloccò in due ore. La differenza è stata la presenza di un corpo che mostrava e correggeva in tempo reale.

Una critica ai modelli moderni di apprendimento

Non credo alla demonizzazione della modernità. I video e i corsi online hanno democratizzato l’accesso a tecniche che prima erano locali. Però c’è un prezzo. Quando l’apprendimento si frammenta in clip da un minuto la profondità ne risente. Si perde la pazienza di sbagliare, di tornare indietro, di sentire la superficie del legno con le dita e decidere che ancora non è pronta. Le skill degli anni 70 non erano migliori automaticamente. Erano differenti e spesso più integrate nella vita quotidiana.

Il mito della domanda sempre disponibile

Oggi pensiamo che tutto possa essere chiesto. Chatta con un assistente e ottieni la risposta. Ma la risposta non è sempre la soluzione. A volte, la domanda corretta sarebbe: come riesco a vedere il problema quando lo incontro. Le persone che imparavano guardando sviluppavano un senso di rilevamento immediato del problema. Non è magia. È tempo fatto azione ripetuta. E attenzione. E non è replicabile solo con informazioni sintetiche.

Ciò che perdiamo e ciò che potremmo recuperare

Non propongo un ritorno integrale al passato. Sarebbe ridicolo e nostalgico in modo sterile. Ma credo che alcune pratiche possano essere reinserite nelle nostre vite urbane: più spazio per l’errore, luoghi dove il sapere si trasmette con il corpo, e meno ansia da prestazione che porta a cercare risposte immediate anziché sperimentare. Le botteghe artigiane che resistono e le cucine comunitarie che proliferano nelle città offrono una pista concreta. Si può costruire una pedagogia ibrida che mescoli l’accessibilità digitale con la dimensione corporea e sociale dell’apprendimento.

Un invito a osare

Prova a non chiedere tutto. Prova a guardare di più. Puoi sembrare rude, o imbranato, o stupido. Va bene. È esattamente il punto. Imparare stanca. Ma sorprende anche. E spesso produce risultati che la spiegazione non tiene insieme.

Conclusione aperta

People from the 70s learned skills by watching and doing not asking resta una frase che rimbomba perché ci costringe a guardare come siamo oggi. Non offro ricette magiche. Offro una richiesta: meno ansia da domanda immediata, più occhi sul gesto. Se lo fai, scoprirai che la conoscenza ha una consistenza che non si stampa in PDF.

Riepilogo sintetico delle idee chiave

Idea Perché conta
Apprendimento attraverso l’osservazione Permette acquisizione di conoscenza tacita che le sole istruzioni scritte non trasferiscono.
Errore come strumento Il tentativo ripetuto cementa competenze e sviluppa senso pratico.
Dimensione sociale Condivisione immediata e correzione sul campo aumentano la qualità dell’apprendimento.
Limiti dei contenuti digitali veloci Spesso mancano di contesto sensoriale e del tempo per l’errore.
Possibile sintesi Una pedagogia ibrida che integri digitale e pratico potrebbe offrire il meglio di entrambi i mondi.

FAQ

1. Che cosa significa esattamente che le persone degli anni 70 imparavano osservando e facendo?

Significa che molte abilità pratiche venivano acquisite direttamente sul campo mediante imitazione e ripetizione piuttosto che tramite spiegazioni teoriche. Questo processo privilegiava la memoria motoria e il contesto sensoriale. L osservazione non era passiva ma parte di un tessuto sociale che consentiva di correggere e affinare i gesti. Non sto sostenendo che fosse l unico modo giusto per imparare ma che era diffuso e funzionale in molti contesti domestici e lavorativi dell epoca.

2. Possiamo replicare oggi quel tipo di apprendimento nelle città moderne?

Sì ma richiede intenzione. Non basta guardare video. Serve creare spazi dove il fare è condiviso e dove l errore non è cancellato dall urgenza di una performance pubblica. Laboratori comunitari botteghe artigiane e cucine collettive sono esempi funzionali. L idea centrale è recuperare la dimensione corporea e sociale dell apprendimento perché sia possibile passare dall informazione alla competenza sensoriale.

3. Quali sono i limiti dell approccio osservativo rispetto a quello teorico?

L approccio osservativo può essere lento e dipendente dall esperienza disponibile nella cerchia sociale. Può riprodurre errori consolidati e limiti culturali senza una cornice teorica che li metta in discussione. La teoria aiuta a generalizzare e a spiegare principi che l osservazione da sola non sempre rende evidenti, perciò il balance tra pratica e teoria rimane fondamentale.

4. Come posso iniziare a insegnare così senza essere un esperto?

Inizia mettendo da parte l idea di dover spiegare tutto. Mostra il gesto compiuto lentamente invita l osservatore a tentare e correggi mostrando di nuovo. Accetta che alcuni passaggi si apprendano solo con il corpo e non con le parole. La pazienza e la disponibilità a ripetere sono più utili di una spiegazione perfetta.

5. Perché questa modalità è spesso più efficace di una lezione tradizionale?

Perché coinvolge senso vista tatto e movimento in un contesto reale. La memoria motoria tende a durare nel tempo e a trasferirsi in situazioni nuove più agevolmente di una regola teorica memorizzata senza pratica. Non è una verità assoluta ma una costatazione basata su molte esperienze quotidiane e osservazioni sociali.

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