Perché chi è cresciuto negli anni 60 e 70 aveva un senso di comunità più forte

Ho parlato con persone che hanno vissuto quegli anni e la sensazione che ne emerge non è beige. C è qualcosa di concreto in quella nostalgia che non si riduce a vecchie fotografie o a vinili che scrocchiano. Il senso di comunità di chi è cresciuto negli anni 60 e 70 era fatto di pratiche quotidiane che oggi diamo per scontate o che abbiamo semplicemente dimenticato come si praticano.

Un tessuto sociale fatto con materiali diversi

La comunità di allora non era un concetto astratto. Era la lunghezza del filo che collegava la porta di casa alla piazza. I vicini sapevano quando qualcuno mancava all appello. Le famiglie contavano le une sulle altre per le cose pratiche. Questo non rendeva la vita perfetta. Anzi. C erano conflitti, classi sociali, esclusioni. Però quella rete obbligava a incontrarsi, a negoziare, a costruire procedure collettive. Il tempo e lo spazio fisico giocavano ruoli centrali. Quando il bar del paese era il centro di gravità del quartiere si imparava a riconoscere volti e storie come si riconosce un pane famigliare.

La ripetizione quotidiana come allenamento sociale

Non era una politica della bontà. Era routine e ripetizione. Rituali semplici imbastivano fiducia: la partita di calcio nel cortile, la spesa condivisa, la cena che si allungava al tavolo quando la famiglia non aveva molto ma aveva tempo. La fiducia nasceva dall aspettativa che l altro avrebbe fatto la cosa giusta quando necessario. Questa prevedibilità costruiva responsabilità reciproche che oggi trovano difficoltà a reggersi nella frammentazione digitale.

La fiducia interpersonale che si sviluppa in ambienti caratterizzati da scambi frequenti e visibili è misurabile e ha effetti concreti sulla resilienza sociale. I luoghi di incontro informali producono capitale sociale che non è facile sostituire con piattaforme digitali.

Prof. Marco Bianchi Sociologo Università di Bologna

Perché la tecnologia ha spezzato qualcosa

Non è che prima tutto funzionasse meglio. La tecnologia ha portato enormi vantaggi. Ma il suo arrivo ha anche cambiato la forma delle relazioni. La prossimità fisica ha perso parte del suo monopolio sul tempo condiviso. Oggi puoi sapere tutto sulle abitudini di un amico grazie a una storia online e non conoscerne il tono di voce quando sta male. L informazione è rimasta ma il contatto è diventato optional. E quando il contatto diventa opzionale la responsabilità reciproca si assottiglia.

Economia e mobilità

Un altro fattore spesso sottovalutato è la struttura economica. Trasferimenti di lavoro più rari, un mercato immobiliare meno volubile e la presenza di più famiglie estese sotto lo stesso tetto significavano che la rete locale manteneva la sua struttura per decenni. La mobilità odierna rende più difficile accumulare memorie comuni su un luogo. Se non resti abbastanza a lungo in un quartiere la tua abilità a partecipare alla costruzione di regole condivise si riduce. Non è una colpa individuale è un effetto strutturale.

La dimensione emotiva che non raccontiamo spesso

Ciò che molti articoli non dicono chiaramente è la fatica emotiva che quella costruzione richiedeva. Le persone che oggi celebriamo per il loro senso di comunità spesso raccontano anche di aver sofferto per dover sempre mediare, sistemare, salvare equilibri. La vicinanza può essere cura ma anche obbligo. E questo spiega perché i ricordi di comunità sono spesso mescolati a stanchezza e orgoglio. Non voglio dipingere un paradiso perduto ma nemmeno ignorare che qualcosa di prezioso si è perduto.

La cura come dovere ma anche come formazione

Nelle famiglie e nelle reti locali si imparava a prendersi cura non soltanto per affetto ma perché il contesto lo richiedeva. Si cresceva con un curriculum non scritto di azioni che rendevano la convivenza possibile. Questo ha formato competenze pratiche e psicologiche utili: negoziare con persone diverse, tollerare ambiguità, gestire conflitti senza passare per la neutralità di uno schermo.

Pratiche recuperabili e illusioni da evitare

Qualcosa è recuperabile. Non tutto. Possiamo immaginare spazi pubblici migliori e politiche che favoriscano l incontro. Possiamo insegnare ai giovani a riparare oggetti, a suonare il campanello del vicino, a fare colazione con qualcuno che non sia un algoritmo. Ma non possiamo ricreare condizioni economiche e sociali esattamente uguali. La nostalgia talvolta sostituisce l analisi. È meglio guardare a quali elementi funzionali possiamo reintegrare e quali sono semplicemente dependenti da epoche che non torneranno.

Un conflitto di interessi collettivi

La questione non è solo culturale ma politica. Chi progetta città e trasporti decide quanto sia facile incontrarsi. Chi regola il lavoro incide sul tempo libero reale. Le grandi piattaforme digitali monetizzano l attenzione e riducono l incentivo a investire in relazioni locali non monetizzabili. Queste tensioni non si risolveranno con lezioni di bon ton. Servono scelte di sistema. E sì lo dico con una certa franchezza: la responsabilità di ricostruire tessuti sociali ricade anche su chi governa lo spazio comune.

Osservazioni personali

Quando mia nonna raccontava di come gli amici del vicinato si portavano le torte l uno con l altro non stava descrivendo un limbo idilliaco. Stava descrivendo un modo di sopravvivenza collettiva che nel bene e nel male dava senso. A volte penso che abbiamo scambiato convenienza per progresso e che questa confusione ci costa fiducia. Non sono contro la modernità. Sono contro l idea che tutto ciò che conta accada solo attraverso uno schermo.

Punto Spiegazione sintetica
Prossimità fisica Incontri frequenti costruivano aspettative e responsabilità reciproche.
Routine sociale Ripetizione di pratiche quotidiane allenava competenze relazionali.
Struttura economica Minore mobilità favoriva relazioni durature su un territorio.
Tecnologia Ha facilitato ma anche reso opzionale la partecipazione al gruppo locale.
Costi emotivi La cura collettiva era preziosa ma spesso drenava energie e soggettività.

FAQ

Perché il senso di comunità era percepito come più forte negli anni 60 e 70?

Perché quegli anni combinavano vicinanza spaziale con pratiche sociali ripetute. La continuità di presenze sul territorio sommata a reti familiari estese e a un diverso regime di lavoro produceva più occasioni di scambio reale. Le infrastrutture sociali come parrocchie mercati e cooperative fornivano corridoi di relazione che oggi sono spesso più deboli o sostituiti da aggregazioni virtuali.

Significa che oggi non possiamo avere comunità autentiche?

No. Le comunità cambiano forma. Oggi esistono comunità di interesse fortissime e solide. Il problema è che alcune funzioni della comunità locale sono state erose. Possiamo creare nuove pratiche che favoriscano prossimità reale ma serve intenzionalità e investimenti pubblici e privati mirati.

Quali pratiche possiamo riportare nella vita quotidiana?

Ci sono pratiche di base come dare valore al tempo condiviso, creare luoghi di incontro non commerciali, promuovere attività di vicinato e sostenere reti di mutuo aiuto. Queste azioni non risolvono tutto ma possono ricostruire pezzi di tessuto sociale che oggi mancano. È utile anche rivedere scelte urbane e del lavoro che rendono più difficile incontrarsi.

La tecnologia è sempre un male per la comunità?

No. La tecnologia consente connessioni prima impossibili e aiuta molte persone a restare in contatto. Il problema è quando sostituisce sistematicamente la relazione faccia a faccia in situazioni dove la presenza fisica è cruciale per stabilire fiducia e responsabilità reciproche. Il tema è equilibrio più che demonizzazione.

La nostalgia per quegli anni è giustificata?

In parte sì. C è un valore reale in alcune pratiche del passato. Ma la nostalgia può anche mascherare disuguaglianze e ingiustizie che esistevano allora e che non vogliamo ripetere. La sfida è selezionare criticamente cosa recuperare e come adattarlo alle condizioni contemporanee.

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