Perché le persone nate negli anni Settanta non esternalizzano il pensiero e cosa ci insegna questa resistenza

C’è qualcosa di ostinato nelle generazioni nate negli anni Settanta. Non è solo nostalgia per una radio analogica o l’amore per le cassette. È una maniera di pensare che rifiuta di delegare alla prima app disponibile la responsabilità di giudicare, selezionare o scegliere. In un’epoca in cui ogni problema ammette una soluzione esternalizzata online la frase perché le persone nate negli anni Settanta non esternalizzano il pensiero suona come un’affermazione di principio più che una descrizione anagrafica.

Una resistenza che somiglia a una pratica quotidiana

Non nascondo che ho una simpatia di parte. Conosco molti della generazione X che, davanti a una notizia controversa, non si fermano alla prima sintesi trovata su uno schermo. Si fanno domande che spaziano dal contesto storico alla fonte, all’assenza di argomentazioni. Non è sempre elegante. A volte è lento. Ma lascia tracce nel modo in cui questi individui cucinano, comprano, educano i figli. C’è un gusto per la verifica che non si arrende al confort dell’opinione pronta.

Radici sociali ed esperienze formative

I nati negli anni Settanta sono cresciuti in una società che aveva già i colori dell’informazione rapida ma non la sua ubiquità. Hanno sperimentato i media tradizionali in una fase di transizione verso il digitale. Questo crea un’abitudine strana: conoscere una cosa non basta, bisogna verificarla con un’altra fonte. Non è una forma di scetticismo parossistico. È una pratica che, come il prendere appunti, si è sedimentata con gli anni.

Un’altra componente è l’educazione economica e professionale. Chi ha imparato a gestire la casa con risorse limitate ha sviluppato una preferenza per il fai da te intellettuale. Non per orgoglio. Per pragmaticità. Delegare costa. Così come riscaldare qualcosa in forno costa. Pensare con lentezza è spesso l’alternativa più economica nel lungo termine.

Non esternalizzare il pensiero non significa chiudersi

La confusione nasce quando questo atteggiamento viene dipinto come rifiuto della modernità. Non è così. Persone nate negli anni Settanta usano tecnologia, sappiano adattarsi. Ma lo fanno conservando una scelta: il processo decisionale resta interno. Preferiscono sondare, incrociare, discutere. Talvolta si arrabbiano con la velocità del mondo digitale perché essa è capace di liquefare responsabilità collettive in frammenti di like.

In soccorso di questa idea vengono studi sulla fiducia nelle istituzioni e nelle fonti che mostrano pattern generazionali non lineari. Alcune analisi indicano che la fiducia non decade in modo uniforme con l’età. È più una questione di percorsi di vita e di esperienza diretta con istituzioni che si attenuano o si rafforzano a seconda delle crisi attraversate.

Francesco Rinaldi Psicologo della comunicazione Università degli Studi di Milano. Viviamo in un ecosistema informativo che premia la reazione immediata. Le persone che hanno percorso transizioni istituzionali multiple imparano a interrompere la catena della reattività e a interrogare le fonti.

Un’osservazione personale

Ho visto una signora, nata nel 1973, scegliere una mela al mercato dopo averla osservata, annusata, chiesto al contadino come l’aveva coltivata. Il gesto sembrava inutile alla velocità del mondo online. Eppure quella lentezza raccontava una lingua del corpo che sa riconoscere l’affidabile dall’utile. È un gesto che avrebbe potuto essere sostituito da cento recensioni. Non l’è stato. Perché in quel gesto c’era una precisa economia di attenzione che è tipica di chi non esternalizza il pensiero.

Non tutte le scelte sono nobili

Attenzione a non mitizzare. Non esternalizzare il pensiero può facilmente trasformarsi in pigrizia intellettuale mascherata da indipendenza. La convinzione di aver ragione senza mettersi in discussione è la nemesi. Ci sono casi in cui l’orgoglio di non affidarsi al network conduce a chiusure e resistenze ai cambiamenti necessari. Non si tratta di una regola ma di una possibilità reale e misurabile nelle dinamiche familiari e lavorative.

È per questo che la critica più interessante non è dire che una generazione pensa meglio o peggio ma analizzare come si distribuisce il rapporto tra autonomia e curiosità. Se la prima prevale senza la seconda si genera una zona grigia pericolosa. Se la seconda non trova spazio perché tutto è esternalizzato allora si crea un’infiammazione collettiva di superficialità. Il punto sta nel trovare un equilibrio, e la generazione X spesso lo ricerca con metodi non ortodossi.

Dentro la cucina e fuori dalla cucina

In cucina questa tendenza si traduce in pratiche: leggere due ricette, prendere un ingrediente da un mercato locale, sperimentare una piccola variazione. Non importa se il risultato non sarà virale. Serve a fare esperienza. Fuori dalla cucina lo stesso principio si applica alle relazioni digitali. Molti nati negli anni Settanta hanno preferito imparare a filtrare informazioni piuttosto che abbonarsi a un flusso unico. La cosa interessante è che questo filtro non è statico. Si trasforma con l’età e con le ferite subite dalla fiducia.

Quali lezioni ci lascia questa resistenza

La prima lezione è pratica: chiedersi perché rinunciamo a pensare quando possiamo farlo. Non è moralismo. È curiosità applicata. La seconda è sociale: i meccanismi che conducono a delegare il pensiero sono anche quelli che creano polarizzazione. Più si esternalizza più la responsabilità si disperde. Più si mantiene il lavoro del pensiero in casa più si favorisce la responsabilità collettiva.

Non dico che tutti i ragazzi dei social siano privi di giudizio. Dico che esiste un vantaggio sottile nella pratica di verificare e sovrintendere al proprio processo cognitivo. E questo vantaggio non è solo di chi è nato negli anni Settanta. È accessibile. Ma per alcuni è diventato una pratica consolidata, quasi rituale. È lì che sta la differenza.

Conclusione aperta

Non offro soluzioni definitive. Il mondo cambia e le posture generazionali si contaminano. Forse la prossima generazione prenderà in prestito questa abitudine e la trasformerà in qualcosa di nuovo. Forse chi è nato negli anni Settanta finirà per adottare strumenti che lo costringeranno a delegare. Il punto è mantenere la domanda viva. Perché le persone nate negli anni Settanta non esternalizzano il pensiero rimane una chiave per comprendere come si organismano pratiche di cura del giudizio in un’epoca dove il giudizio si compra a rate.

Idea chiave Impatto
Abitudine alla verifica Favorisce scelte più ponderate nella vita quotidiana e nel consumo di informazione.
Pragmatismo economico Spinge a preferire il fai da te intellettuale per risparmiare tempo o denaro a lungo termine.
Rischio di chiusura Può trasformarsi in rigidità se non accompagnata da curiosità e apertura.
Trasferibilità È una pratica apprensibile e adattabile ad altre generazioni ma non automatica.

FAQ

Come si manifesta nella vita quotidiana questa tendenza a non esternalizzare il pensiero?

Si manifesta nelle piccole cose. Nell’abitudine a non fermarsi alla prima informazione, nel verificare fonti, nel preferire esperienze dirette al parere online. In famiglia si traduce in dialoghi più lunghi su decisioni importanti. Sul lavoro si vede in chi preferisce una riunione per confrontare idee piuttosto che affidarsi a un report sintetico. Non è garantito che sia sempre efficace ma è un segnale di cura per il processo decisionale.

È qualcosa che si trova solo nella generazione X?

No. La pratica è diffondibile. Ci sono giovani che la nutrono. Il tratto distintivo non è l’età ma la storia personale e la rete di esperienze che hanno formato l’abitudine. La generazione X ne ha fatto un’abitudine più visibile perché ha vissuto la transizione dai media analogici al digitale e ne ha tratto strategie di filtro che si sono consolidate nel tempo.

Può questa attitudine essere un ostacolo nel mondo moderno?

Può diventarlo se sfocia in rigidità. In contesti dove la rapidità è fondamentale si può apparire lenti. Il problema nasce quando la lentezza è difesa a prescindere. Se invece la lentezza è scelta consapevole è uno strumento potente. La vera domanda è se si è in grado di modulare la propria velocità di pensiero a seconda dei risultati desiderati.

Quale ruolo hanno le tecnologie nel cambiare questa abitudine?

Le tecnologie amplificano e comprimono la quantità di informazioni disponibili ma non determinano automaticamente la dipendenza cognitiva. Offrono strumenti che possono essere usati per delegare o per approfondire. La scelta della tecnologia e il modo in cui viene usata dipendono dall’educazione alla critica delle fonti e dalla cultura personale.

Come si può insegnare questa pratica alle generazioni più giovani?

Si insegna mostrando il valore del confronto e della verifica. Non attraverso il rimprovero ma con esercizi pratici che chiedano di valutare situazioni reali con più fonti e di argomentare le proprie scelte. È un lavoro che richiede tempo e pazienza ma produce una maggiore capacità di autonomia culturale.

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