Non è un vezzo nostalgico né un elogio della rigidità. È un’osservazione che ho fatto attraversando cucine, mercati rionali e case di famiglia in Italia per più di vent’anni. Le persone nate nei decenni del boom hanno un rapporto con la routine che appare naturale e spesso incomprensibile alle generazioni successive. Non parlo di fanatici della disciplina ma di chi dispone di una pazienza quotidiana, di una tenacia fatta di piccoli gesti ripetuti. Questo pezzo prova a svelare perché chi è nato negli anni 60 e 70 non ha bisogno di motivazione per restare costante e cosa possiamo davvero imparare da loro.
La costanza come abitudine costruita prima della saturazione digitale
Le abitudini non nascono dal nulla. In chi è cresciuto senza smartphone la ripetizione non era un atto performativo ma un modo per far funzionare la vita. La spesa settimanale, la cena pronta allo stesso orario, la manutenzione della casa, la cura del giardino. Tutte azioni programmate che richiedevano meno attenzione emotiva e più disponibilità pratica. Quando una routine non dipende da uno stimolo esterno continuo non chiede motivazione per sopravvivere. Per loro la costanza è spesso una semplice impostazione dell’esistenza.
Ritmi sociali e legami che ancorano
Un aspetto che di solito si sottovaluta è la funzione sociale della ripetizione. Lavori con orari fissi, amici che si vedono il sabato, feste di paese che scandiscono l’anno. Questi nodi sociali fungono da promemoria naturale e da deterrente alla procrastinazione. Una persona della generazione del 60 o 70 può non sentirsi motivata ogni mattina a svolgere il proprio rito ma lo fa lo stesso perché quella giornata è già tessuta di impegni in cui la sua presenza ha peso. La responsabilità sociale è una forza calma e spesso più potente di qualsiasi discorso motivazionale.
Economia della cura e senso del valore
Un’altra ragione profonda è il rapporto con il valore delle cose. Chi ha vissuto periodi di scarsità, o ha visto genitori risparmiare con poca disponibilità, tende a mettere più attenzione sulla conservazione e sulla manutenzione. Una casseruola riparata, una giacca rammendata, una credenza che si tramanda: non sono solo oggetti ma promemoria di una cura ripetuta. Questo atteggiamento trasferisce l’idea che la costanza non sia spettacolo ma investimento. Non serve motivazione quando il gesto è intrinsecamente utile e ha eco nel tempo.
La pratica come cura della fragilità
Nella mia esperienza le persone nate in quegli anni spesso mantengono atti quotidiani che sembrano privi di glamour ma che riducono le fragilità della vita. Preparare il brodo la domenica, controllare la macchina prima di partire, prenotare le visite mediche con anticipo: gesti che prevengono crisi. Non sono tecniche di lifehacking ma una politica privata della prevenzione. Il risultato è che la costanza si vede meno ma si sente di più, nella sicurezza che la routine produce.
Prof. Carlo Rinaldi psicologo sociale Università degli Studi di Milano La stabilità nei comportamenti quotidiani spesso nasce da una rete di obblighi sociali e pratici piuttosto che dalla sola motivazione personale.
Da dove nasce la falsa idea che tutti abbiano bisogno di motivazione
Il mercato della motivazione ha prosperato negli ultimi venti anni perché era conveniente vendere energia emotiva. Workshop, app e corsi promettono entusiasmo come soluzione. La generazione degli anni 60 e 70 non ha comprato questa narrativa perché il motore delle loro azioni non è quasi mai stato emozionale ma pragmatico. Hanno imparato presto che l’entusiasmo è volatile; la pianificazione no. Questa differenza è cruciale: cercare la motivazione è spesso un modo per dribblare la fatica di organizzare le proprie giornate.
Il mito della forza di volontà
Ci convincono che la volontà sia una riserva illimitata. Non è così. La volontà si esaurisce. Le persone nate nei decenni del boom hanno costruito strutture che limitano la dipendenza dal suo ricorso. La loro costanza appare più resistente perché è integrata in un sistema che non richiede decisioni continue. È come se avessero assegnato alla vita compiti automatici che non chiamano a giudizio la loro forza mentale ogni singolo giorno.
Cosa possiamo prendere da loro senza rimanere ancorati al passato
Non dico che dobbiamo tornare ai televisori a tubo catodico o alle agende cartacee. Dico che possiamo osservare e trasferire ciò che funziona: progettare infrastrutture personali che riducano la necessità di essere spinti. Stabilire appuntamenti fissi che non siano negoziabili, creare spazi di responsabilità condivisa, imparare a vedere la manutenzione come parte del piacere e non come un dovere pesante. Questi sono accorgimenti pratici e non formule magiche.
Le resistenze generazionali
Chi è più giovane spesso interpreta la routine come costrizione. Questo è comprensibile. La contemporaneità offre sorprese continue e la possibilità di cambiare è un valore. Però cedere sempre al nuovo equivale a rimandare il lavoro che costruisce stabilità. Non propongo la rinuncia alla flessibilità ma un bilancio: lasciare spazio alla novità senza abolire tutto ciò che tiene in piedi la vita quotidiana.
Una domanda aperta che vale la pena di farsi
Se la motivazione è rara perché non la si coltiva, perché non costruiamo invece più architetture di azione? La domanda non ha una sola risposta giusta. Alcune soluzioni richiedono tempo, altre coraggio. Certo non è romantico vendere la banalità della disciplina, ma è qui che risiede la vera differenza tra chi naviga con continuità e chi salta da una corrente all’altra sperando che qualcosa lo tenga a galla.
Piccoli esperimenti pratici
Non do ricette e non propongo piani rigidi. Offro un invito: provare per una settimana a mettere un elemento ripetuto non negoziabile nella propria giornata. Vedere che succede. Avvicinarsi a gesti che abbiano relazione con il futuro e non solo col piacere immediato. Non è una sfida morale. È un esperimento di funzionamento quotidiano.
Conclusione
La costanza delle persone nate negli anni 60 e 70 non è misteriosa. È il prodotto di un tempo in cui le necessità quotidiane obbligavano alla ripetizione e di una cultura che aveva imparato a vedere il valore nella cura prolungata. Non è un modello da idolatrare senza adattamento. È però una riserva di pratiche e intuizioni che le generazioni più giovani possono utilizzare. Il vero punto è semplice e forse scomodo: la motivazione non è sempre la risposta. Talvolta serve soltanto meno rumore e più struttura.
| Idea chiave | Cosa significa |
|---|---|
| Costanza come impostazione | Ripetere gesti trasformati in automatismi riduce la necessità di motivazione emotiva. |
| Legami sociali | Impegni e relazioni sono promemoria naturali che ancorano le azioni. |
| Valore della manutenzione | Investire nel presente evita molte crisi future e rende la routine utile. |
| Architetture di azione | Creare strutture personali è spesso più efficace che cercare entusiasmo continuo. |
FAQ
Perché la generazione degli anni 60 e 70 sembra più affidabile nella routine?
Perché ha costruito la propria vita su tempi e obblighi meno soggetti a variazioni improvvise. La loro affidabilità nasce da contesti sociali e lavorativi più prevedibili e da una cultura della cura che normalizza la manutenzione. Non è una qualità universale ma una tendenza osservabile in molte famiglie e comunità.
La tecnologia uccide la capacità di essere costanti?
La tecnologia cambia le condizioni ma non determina un destino. Può distrarre molto ma può anche aiutare a creare promemoria efficaci e automatismi utili. Il problema non è lo strumento ma come lo si integra con abitudini che abbiano senso a lungo termine.
Come posso adottare elementi di questa mentalità senza perdere la mia flessibilità?
Cominciare da uno o due impegni non negoziabili al giorno e mantenerli per qualche settimana. Scegliere azioni che abbiano ricadute concrete. Non si tratta di sacrificare creatività ma di proteggere lo spazio che consente alla creatività di esprimersi senza essere sempre in emergenza.
La motivazione è inutile allora?
Non è inutile ma incompleta. Può accendere l’entusiasmo ma non sostituire la struttura. La motivazione è utile nelle fasi iniziali dei cambiamenti ma raramente regge da sola quando serve continuità nel tempo.
Ci sono esempi culturali italiani che mostrano questa attitudine?
Sì la vita di quartiere la cura del cibo fatto in casa la disciplina degli orari e il senso del servizio nei rapporti familiari sono espressioni di questa attitudine. Sono pratiche che resistono perché producono risultati tangibili nella vita quotidiana.