Quello che chi è cresciuto negli anni 60 e 70 sa sul problem solving che le scuole non insegnano

Cresciuto in una cucina con il grembiule consumato e la radio gracchiante sullo sfondo, ho visto risolvere problemi concreti che oggi chiameremmo problem solving pratico. Non parlo di esercizi teorici o di tecniche aziendali da manuale. Intendo il tipo di pensiero che si forma quando devi aggiustare una valvola, mettere insieme una cena con tre ingredienti inevitabili e spiegare a un vicino come riparare la porta che cigola. Questa è la lezione che molte persone nate negli anni 60 e 70 hanno portato nel mondo adulto. Qui provo a scomporla, discutendola con qualche provocazione e offrendo osservazioni personali che non si trovano facilmente nei blog convenzionali.

Il contesto era diverso e per questo formativo

La differenza non è romantica nostalgia. Era un ambiente in cui l accesso immediato alla sostituzione non esisteva. Gli oggetti si riparavano. Le relazioni si negoziavano di persona. Le informazioni circolavano lentamente e per questo si assorbivano con attenzione. Queste condizioni hanno forgiato una risorsa mentale: la tendenza a cercare la soluzione dentro quello che si ha sotto mano invece che chiamare qualcuno o cercare un tutorial. Non sempre era la scelta ottimale, ma allenava la flessibilità.

Praticità prima della pura efficienza

Oggi si tende a misurare qualsiasi processo con l efficienza immediata. Gli anni 60 e 70, per molte famiglie, insegnavano altro. Il principio era spesso la sostenibilità pratica. Non ho mai visto gente rimbalare un problema soltanto perché non era elegante da affrontare. Si smontava, si capiva, si provava. La qualità qui non era solo il risultato ma la resilienza del sistema che generava quel risultato.

Capacità di adattamento e ricombinazione

Chi ha vissuto quegli anni sviluppava un istinto per ricombinare risorse. Ricordi non ostentati di abili aggiustamenti domestici convivono con una certa creatività economica. Questo non è un talento magico; è pratica ripetuta. Conosci qualcuno che sa trasformare una scatola di pomodori e due avanzi in una soluzione commestibile e soddisfacente. La stessa logica vale per problemi non culinari. Ricombinare pezzi noti per creare una soluzione nuova è un atto di pensiero concreto.

Un esempio banale che illumina

Immagina un contatore che non funziona. La reazione istintiva oggi può essere una chiamata tecnica e un appuntamento. Prima si controllava la lampadina, si verificava il fusibile, si parlava con il vicinato per capire se il problema era locale. Quel processo non era solo tecnico, era sociale. E la soluzione spesso nasceva da una conversazione, dalla condivisione di osservazioni apparentemente irrilevanti.

Il valore della sfocatura cognitiva

Non tutto deve essere definito con chiarezza per agire. Le persone formate in quegli anni accettavano la sfocatura come stato temporaneo prima di arrivare alla chiarezza. Non dicevano voglio la mappa precisa prima di muovermi. Questo atteggiamento favorisce esperimenti rapidi e riduce l incertezza paralizzante. Non è un invito a procedere senza dati ma a tollerare la mancanza di dati quando è inevitabile e usare altri sensi per decidere.

Quando la pazienza è strategica

La pazienza non era solo attesa. Era un tempo che permetteva di collezionare elementi utili. In un mondo che oggi reclama velocità, questa strategia appare a volte come lentezza inefficiente. In realtà spesso evita soluzioni affrettate che generano costi nascosti. Preferisco dirlo così perché va contro il dogma della rapidita a ogni costo.

La pratica quotidiana del tentativo e dell errore costruisce competenze tacite che non emergono dai libri. Queste competenze sono spesso decisive nei contesti complessi. Luca Moretti sociologo Universita degli Studi di Milano Bicocca.

Comunicazione diretta e responsabilità condivisa

Un altro aspetto poco celebrato è la modalità di comunicare. Gli scambi erano frontali, a volte bruschi, ma chiarivano responsabilità. Dove oggi una mail può restare senza risposta, allora una telefonata o una visita richiedevano un impegno immediato. Questo creava un tessuto di responsabilità condivisa che rendeva più rapido individuare chi poteva o doveva intervenire. Non dico che fosse perfetto. Spesso era ingiusto. Però funzionava per chi accettava il patto implicito di partecipazione.

Autorità situata non assoluta

Chi risolveva problemi spesso non era il più istruito ma il più pratico. L autorità nasceva dall esperienza situata più che da un titolo. Questo svincola il giudizio dalle gerarchie formali e lo lega alla competenza specifica presente nel contesto.

Qualche critica necessaria

Non voglio dipingere un quadro idilliaco. La generazione degli anni 60 e 70 ha anche eredita vincoli e limiti culturali. Alcune soluzioni domestiche erano basate su convenzioni non interrogate. Alcune pratiche funzionavano grazie a equilibri divenuti poi insostenibili. È per questo che parte della saggezza di cui parlo non è trasferibile senza una riflessione critica. Bisogna scegliere cosa conservare e cosa trasformare.

Non tutto andrebbe ripetuto

Il valore non è nella copia delle pratiche ma nell apprendere lo spirito che le ha generate. Flessibilita pratica, tolleranza della sfocatura, responsabilita condivisa e ricombinazione di risorse sono spunti. Non servono ricette. Servono modelli mentali che possiamo adattare al presente.

Come quei principi emergono oggi

In molti ambienti di lavoro moderni alcune squadre riscoprono pratiche simili. Non per fedelta al passato ma per efficacia. Team che iterano rapidamente, che responsabilizzano membri con competenze pratiche e che tollerano l ambiguita ottengono risultati migliori in contesti incerti. Non è magia. È applicazione coerente di principi antico pragmatici in chiave contemporanea.

Una osservazione personale

Non mi entusiasma l idea di un ritorno nostalgico a tempi che non erano perfetti. Mi interessa invece recuperare alcuni atteggiamenti mentali che funzionano ancora. Non c è bisogno di una spilla da collezione per dimostrarlo. Basta osservare chi risolve e capire come pensano mentre lo fanno.

Conclusione aperta

Ciò che chi è cresciuto negli anni 60 e 70 sa sul real world problem solving non è un pacchetto finito. È una tavolozza di attitudini. Alcune vanno aggiornate, altre conservate così come sono. Il punto non è imitare gesti o parole ma riconoscere che certi modi di pensare possono integrare il nostro tempo digitale. E questo vale anche per chi non ha vissuto quegli anni. Si può imparare ad aggiustare, a ricombinare, a dialogare responsabilmente e a tollerare l incertezza senza cedere alla paralisi.

Idea Descrizione
Flessibilita pratica Usare risorse disponibili e sperimentare soluzioni sul momento.
Tolleranza della sfocatura Accettare l incertezza iniziale per permettere l esplorazione.
Responsabilita condivisa Affrontare i problemi tramite scambi diretti e assunzione di compiti concreti.
Ricombinazione di risorse Combinare elementi noti per ottenere risultati nuovi e utili.

FAQ

1 Come posso apprendere questo approccio se non sono nato negli anni 60 o 70

Imparare non richiede una macchina del tempo. Serve pratica intenzionale. Metti alla prova la tua capacità di risolvere piccoli problemi senza ricorrere immediatamente a servizi esterni. Inizia con compiti domestici o semplici riparazioni. Prendi appunti su cosa hai provato e cosa ha funzionato. Il progresso è lento ma cumulativo. Più tentativi ponderati fai più si allena il muscolo del problem solving pratico.

2 Queste tecniche valgono ancora nel lavoro moderno

Sono applicabili ma devono essere adattate. Nei contesti professionali moderni la documentazione e la collaborazione digitale sono complementi essenziali. Integrare la mentalita pratica con strumenti digitali può aumentare efficacia e tracciabilita. Non si tratta di sostituire la tecnologia ma di usarla per potenziare attitudini pratiche.

3 Ci sono rischi nel seguire ciecamente queste pratiche

Come ogni approccio anche questo ha limiti. Alcune soluzioni pratiche erano figlie di contesti sociali e tecnologici diversi e possono non essere sostenibili oggi. È importante valutare impatti a lungo termine e non limitarsi al vantaggio immediato. La riflessione critica è imprescindibile.

4 Che ruolo ha la formazione formale in tutto questo

La formazione formale può e deve convivere con l esperienza pratica. Le scuole possono insegnare tecniche di pensiero critico e fornire laboratori di pratica reale. Le due dimensioni non sono antitetiche. Un sistema educativo che combina teoria e pratica produce persone più adattabili e meno dipendenti da soluzioni preconfezionate.

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